Disastro aereo Volo Alitalia AZ 112 del 5 maggio 1972 località Montagna Longa (PA)
Aeromobile Douglas DC-8 43 I-DIWB

Air disaster Flight Alitalia AZ 112 date 5 may 1972 in Mountain Longa near Palermo Italy Airplane Douglas DC-8 43 I-DIWB


 

Settimanale Panorama

Indice

 

 


18 Maggio 1972

Il DC 8 nella trappola

Arrivato sulla verticale dell'aeroporto di Palermo, Punta Raisi, l'Antonio Pigafetta, il DC 8 dell'Alitalia in arrivo da Roma, avrebbe dovuto virare a destra, dirigersi sul mare seguendo un circuito a forma di biscotto, perdere quota e ripresentarsi alla soglia della pista pronto a mettere le ruote a terra. Invece, cominciando a disegnare il biscotto, Roberto Bartoli, il comandante dell'aereo, ha virato a sinistra e si è inoltrato verso terra.

Non era ancora uscito dalla prima ampia curva che si è trovato davanti la Montagna Lunga. Ha tentato disperatamente di riprendere quota ma non è riuscito a sorvolare la cresta: fosse stato sei metri più alto sarebbe passato. Invece l'aereo, persa un'ala, si è spaccato e incendiato.

Segreto. Sono morte così, la sera di venerdì 5 maggio, poco dopo le dieci, 115 persone. Fra le vittime il consulente giuridico della commissione Antimafia, Ignazio Alcamo, il regista Franco Indovina, il presidente della Cassa di risparmio di Sicilia, Francesco Crispi, il giornalista Alberto Scandone. È stato il più grave disastro aereo mai accaduto in Italia, il più clamoroso incidente capitato all'Alitalia in tutto il mondo.

Perché Roberto Bartoli, un pilota esperto con oltre 8.400 ore di volo all'attivo, abbia virato a sinistra e perché sia andato a sbattere contro un monte dopo aver detto nella radio << vedo la pista, scendo >> è un segreto che sta scritto su un nastro magnetico custodito dentro una scatola. La chiamano << la scatola nera >> ma in realtà è dipinta di rosso: praticamente indistruttibile, registra secondo dopo secondo Ie fasi e l'andamento di un volo. L'ha recuperata nella giornata di sabato, tra migliaia di frammenti dell'aereo e i resti bruciacchiati dei passeggeri, un capitano dei carabinieri.

Qualunque sia il risultato degli esami del nastro, però (sono già al lavoro tre commissioni d'inchiesta) difficilmente si saprà perché I'aereo è caduto: nessuna delle 14 sciagure aviatorie accadute in Italia dalla fine della guerra a oggi ha avuto, ufficialmente, una spiegazione chiara. << Questa volta la spiegazione ci dovrà essere, e completa >>, dice Elvio Kolman, primo comandante di DC 8 sulle rotte del nord America, quasi l0 mila ore di volo. L'Associazione nazionale piloti di linea (1.400 aderenti) chiederà che le cause della sciagura siano spiegate con assoluta chiarezza.

Del resto l'organizzazione internazionale dell'aviazione civile, un ente che dipende dalle Nazioni Unite, ha sempre raccomandato di rendere pubbliche, con quanti maggiori dettagli possibili, la dinamica e le cause degli incidenti aerei: sono informazioni che servono ai piloti per non ripetere lo stesso errore.

Escluso un guasto agli strumenti (perché sono sempre doppi e se ne va fuori uso uno l'altro funziona sicuramente), esclusa una grave avaria dell'aereo (è uno dei più sicuri che esistano. Ne sono stati costruiti ó00 esemplari; l'Alitalia ne ha 12 pagati cinque miliardi l'uno) resta da vedere perché il grosso reattore si trovava dove non doveva stare.

Foto del luogo dell'evento ERRORE. Sopra: i resti del DC 8 dell'Alítalia esploso dopo aver urtato, la sera del 5 maggio, La Montagna Lunga vícino all'aeroporto di Palermo. Sotto: la coda e un frammento di ala. A causare L'incídente, in cui sono morte 115 persone, è stato forse un errore di manovra. L'aeroporto è uno dei più pericolosi d'Europa.

È bastato, forse, un piccolo errore o un attimo di disattenzione. Alla fine di aprile, il pilota di un piccolo aereo da turismo ha evitato per miracolo di fare la stessa fine del DC 8 dell'Alitalia. Giunto da Ponza guidato dal radiofaro di Punta Raisi (sigla 355,5 Pal), scendeva a 1.500 metri, si immetteva nel circuito a biscotto e al segnale della torre di controllo puntava verso il mare per perdere ancora quota, virare e scendere. Improvvisamente, però, sul radar di bordo compariva il contorno della costa. Il pilota riusciva a riprendere quota e a evitare per un soffio le montagne.

Cos'era successo? Qualche settimana prima, il radiofaro di Punta Raisi era stato spostato venti chilometri più a sud, in montagna. AlI'aeroporto ne era stato messo uno nuovo, con un'altra sigla. Il pilota dell'aereo da turismo non lo sapeva e quando ha cominciato le manovre di discesa era sopra le montagne invece che sul mare. La comunicazione della variazione I'ha trovata solo dopo essere tornato a casa.

Il comandante Bartoli sapeva sicuramente che il radiofaro di Palermo era cambiato. Ma, per un riflesso condizionato, potrebbe aver puntato automaticamente sul vecchio e familiare 355,5 Pal, compiendo tutte le manovre regolarmente (così si escluderebbe I'ipotesi della virata a sinistra). Solo quando ha cominciato a scendere si è accorto di essere sulle montagne invece che sul mare.
Ma ormai era troppo tardi.

Cartina aeroporto Punta Raisi nel 1972 RADIOFARI. Cartina della zona dell'aeroporto di Punta Raisi. In rosso è indicata la probabile traiettoria, che ha portato iI DC 8 fuori rotta, in nero i due radiolari e il percorso che ogni aereo deve seguire prima di atterrare. Secondo un'ipotesí, iI DC 8 potrebbe essersi regolato sul radiolaro in basso, che fino a poche settímane la non c'era, scambiandolo per l'altro.

All'aeroporto di Palermo un errore è fatale. I piloti inglesi lo chiamano << la trappola d'Europa >>; quelli italiani, con maggiore flemma, lo definiscono semplicemente << difficile >>. Quando fu costruito, poco prima del 1960, sollevo' un'ondata di polemiche. Si disse, e scrisse, che la zona era stata scelta per favorire un gruppo di speculatori terrieri. Gli esperti sono concordi nel definire << infelice >>, l'ubicazione del quarto aeroporto internazionale d'Italia.

Stretto tra la montagna è il mare, Punta Raisi non rispetta nemmeno lontanamente le norme di sicurezza suggerite dall'Organizzazione internazionale dell'aviazione civile. Intorno alle piste ci dovrebbe essere uno <<spazio vuoto >> di almeno 15 chilometri ma l'aeroporto di Palermo ne ha sì e no tre. Per atterrare è indispensabile una visibilità minima di cinque chilometri (a Milano bastano 800-500 metri). Con vento a 15 nodi (circa 30 chilometri) bisogna dirottare su Catania o Trapani perché le montagne vicine creano mulinelli e non consentono di riprendersi da eventuali sbandate.

<< Ma la posizione geografica disgraziata non sarebbe neanche il peggiore dei mali se a terra esistessero apparccchiature adeguate per assistere gli aerei >>, dice un comandante, 43 anni, quasi 15 mila ore di volo, che conosce praticamente tutti gli aeroporti del mondo. << La Svizzera è piena di piste vicino alle montagne con venti che soffiano in tutte le direzioni. Ma la non esiste apparato ultramoderno che non venga installato immediatamente >>

Senza radar. Invece a Palermo, a 12 anni dalla entrata in funzione. manca ancora persino un radar. Costerebbe circa 50 milioni e sarebbe in grado di individuare gli aerei in avvicinamento a più di 50 chilometri, comunicando loro con esattezza quota, velocità e posizione. GIi stessi elementi che, con tutta probabilità, sono mancati a Roberto Bartoli.

La spesa per il radar di Palermo è stata iscritta solo quest'anno nel bilancio del ministero della Difesa (è questo organismo che assiste in volo anche gli aerei civili). Se tutto va bene Ie installazioni a terra saranno pronte si e no entro la fine dell'anno venturo.

Né sono efficienti le attrezzature, meno moderne e meno costose, che ci sono. Il << sentiero >>, una fila di luci che indicano al pilota la strada verso la soglia della pista, lungo in genere 900 metri, a Palermo arriva a malapena agli 800. E i due radiofari molto spesso sono fuori uso. Lo erano, occasionalmente, anche negli ultimi giorni: per esempio a mezzogiorno del 2 maggio.

<< Tutta questa serie di circostanze >>, dicono all'Associazione nazionale piloti, << trasformano un atterraggio a Punta Raisi in una scommessa. E vanificano sia l'efficienza dell'aereo sia le capacità del comandante >>

Alcuni rottami

Top


25 Maggio 1972

Non atterro in una fogna

Per i piloti in arrivo dall'estero, il momento in cui entrano nello spazio aereo italiano è sempre quello in cui bisogna cominciare a fare la massima attenzione. Operazione numero uno: tirare fuori il Notam (la borsa con tutti i documenti e i piani di volo) e leggere su uno speciale bollettino l'elenco dei radiofari inattendibili, fuori uso temporaneamente o guasti a tempo indeterminato. Ogni giorno infatti, un buon terzo dei radiofari italiani (gli strumenti che emettono un fascio di radioonde che, captate dall'aereo, indicano al pilota la posizione dell'aereo) o sono fuori uso o hanno << attendibilità dubbia >>.

È uno dei molti motivi che hanno fatto definire l'Italia, da un punto di vista aeronautico < < zona depressa>>. E proprio per questa somma di motivi di insicurezza, da mercoledì 10 maggio, i 1.400 piloti aderenti all' Anpac (l'associazione di categoria) hanno comunicato ufficialmente che non se la sentono più di continuare a volare << come se fossero automobilisti imbottigliati in un incrocio senza semafori >>, dice Adalberto Pellegrino, 32 anni, comandante di DC 9 (12.500 ore di volo), presidente dell'Anpac.

Ultlmatum. Con una lettera raccomandata, due cartelle fitte di dati tecnici, hanno lanciato un ultimatum alle quattro principali compagnie aeree italiane (Alitalia, Ati, Sam, Itavia): a partire da subito si sarebbero rifiutati di atterrare, se non in condizione di totale sicurezza, in 16 aeroporti, definiti << scarsamente sicuri >>. Ubicati quasi tutti a sud di Roma e nelle isole (a eccezione di Firenze, Forlì e Rimini) gli scali sotto accusa sono la metà esatta di tutti gli aeroporti italiani.

La dichiarazione di guerra dei piloti, arrivata a una settimana di distanza dal disastro di Palermo (la sera di venerdì 5 maggio un DC 8 dell'Alitalia si schiantò contro la Montagna Longa, nei pressi dell'aeroporto di Punta Raisi: 115 morti) era in preparazione da due anni. Ma da almeno dieci la commissione tecnica dell'associazione piloti andava raccogliendo dati e cifre per dimostrare, documenti alla mano, che atterrare ad Alghero, Bari, Catania, Crotone, Comiso (Ragusa), Lampedusa, Lecce, Olbia, Pantelleria, Reggio Calabria, Taranto, Trapani, Palermo era una specie di roulette russa. << Noi voliamo su aerei del duemila, ma I'organizzazione del volo e gli aeroporti sono fermi al Medioevo, dice Elvio Kolman, capo della commissione tecnica dell'Anpac.

<< I problemi del volo in Italia sono di due tipi >>, dice ancora Pellegrino. << Aeroporti inadatti, assistenza scarsa o nulla. Una sola di queste cose è già di per sé una iattura. Figuriamoci quando si sommano >>. In effetti, quasi tutti gli aeroporti italiani sono vecchi e furono costruiti per aerei diversi da quelli di oggi.


In Sicilia I'aeroporto di Comiso, a 25 chilometri da Ragusa (un solo volo al giorno) nacque sotto le insegne militari; ancora oggi usa fabbricati e impianti semidistrutti dai bombardamenti dell'ultima suerra. L'aeroporto di Trapani, dove vanno ad atterrare molti aerei quando Palermo è inutilizzabile, sta a mezzo servizio: è per metà civile e per metà militare. Ha una pista corta, pericolosa di notte. A Catania, 16 mila passeggeri nel 1971, c'è una sola pista (per regolamento ce ne vorrebbero due, una di atterraggio e decollo e una di rullaggio), la manica a vento è situata dietro una casa e il controllo del traffico fa a pugni con quello della vicina base americana di Sigonella.

E va sempre meno peggio che a Lecce, dove gli aerei civili coabitano con quelli militari, pilotati dagli allievi in addestramento. A Pantelleria e Lampedusa non è possibile illuminare le piste perché nelle isole c'è scarsità di energia elettrica. A Lampedusa non c'è nemmeno il direttore dell'aeroporto e a Pantelleria il responsabile, Domenico Miceli, non ha il telefono in casa. Ad Alghero i venti, libeccio e maestrale, la fanno da padroni e la pista è orientata male. << Qui facciamo delle vere acrobazie >>, racconta un pilota.

Sul continente le cose non vanno meglio: a Reggio Calabria per più di un anno sono arrivati solo i piccoli aerei a elica Fokker F-27, e mettevano le ruote a terra dopo aver sorvolato i piloni di sostegno di un elettrodotto che stavano proprio a ridosso della pista. Al nord chi sta peggio di tutti è l'aeroporto di Firenze: ha una pista lunga 1.100 metri, meno della metà di quanti ne servono, in condizioni di massima sicurezza, a un Caravelle.

Veduta parziale dell'aeroporto di Firenze, Peretola PISTA CORTA. Veduta parziale dell'aeroporto di Peretola, Firenze. Fa parte dei 16 scali definiti << scarsamente sicuri >> dall'associazione pilotí. Ha una pista lunga 1.100 metri, meno della metà di quanti ne servono a un Caravelle.

Ma il problema numero uno rimane la inadeguatezza delle attrezzature di assistenza a terra. Solo sei aeroporti italiani (e nessuno dei 16 della lista nera) hanno un radar che funzioni a tutte le ore e sia in grado di comunicare al pilota i dati fondamentali per l'atterraggio: quota, posizione, velocità. Per quanto disgraziata possa essere la posizione degli aeroporti, la presenza di un radar che " agganci , l'aereo e lo porti sulla pista fa diventare tutto molto più facile. Per non parlare di un modernissimo apparato (ILS è il nome in sigla) capace di far atterrare I'aereo senza nessun intervento del pilota. E' con questi strumenti che gli aerei atterrano senza pericolo, per esempio, a Gibilterra, vicinissimo alla celebre rocca e con forti venti.

Tutto questo, è opinione comune dei tecnici, è successo perché si è verificato per gli aeroporti quello che 50 anni fa avvenne per i treni: ogni cittadina di provincia ha voluto il suo scalo aereo.

Intransigenti. L'associazione piloti ha ora dettato il suo ultimatum: in tutti gli aeroporti incriminati non si atterra se il cielo non è sereno almeno al 50 % e le nuvole non sono più alte di almeno 900 metri a Trapani e 2.700 metri a Firenze. Se arrivati sulle piste non si troveranno le condizioni indicate, gli aerei punteranno su un altro aeroporto o torneranno al punto di partenza.

Le compagnie hanno reagito con trattaccando. << La decisione dei piloti non farà altro che aumentare ìa confusione in un settore nel quale la migliore garanzia è data dalla disciplina >>, ha dichiarato un portavoce dell'Alitalia. Ma i piloti questa volta non vogliono sentire ragioni e sono disposti ad arrivare anche alla chiusura di tutti i 16 scali insicuri. Sabato 13 maggio, alle 21,35, il comandante del Caravelle in arrivo a Palermo da Milano, ha trovato a Punta Raisi cielo coperto, vento e scarsa visibilità. << Qui non atterro, è una fogna >>, ha comunicato alla torre di controllo. E ha puntato su Trapani.


Piero de Garzarolli

Top


Valid XHTML 1.0 Transitional ValidCSS!