Disastro aereo Volo Alitalia AZ 112 del 5 maggio 1972 località Montagna Longa (PA)
Aeromobile Douglas DC-8 43 I-DIWB

Air disaster Flight Alitalia AZ 112 date 5 may 1972 in Mountain Longa near Palermo Italy
Airplane Douglas DC-8 43 I-DIWB


La Repubblica

INDICE

26 aprile 2001
5 maggio 2002
17 dicembre 2003
5 maggio 2009

 


 

26 aprile 2001

Il disastro di Montagna Longa in un rapporto l' altra verità

Repubblica — pagina 7 sezione: PALERMO


Due poliziotti sull' autostrada se lo videro passare sopra abbastanza basso da ricordarsene. Una casalinga al balcone lo vide sparire dietro la montagna con un rumore assordante e poi scorse un bagliore sul costone. Un uomo, sul versante opposto della roccia, ebbe l' impressione che volasse come avvolto dalle fiamme. Il primo perito ricostruì che non poteva essere andata così. Altri quattro tecnici dopo di lui tirarono fuori tesi diverse, giunsero a conclusioni opposte, ma, mai, mai misero in discussione che di incidente si era trattato. Il fuoco doveva per forza essere una conseguenza. Rimase solo un vice questore. Solo lui credette a un attentato e come tale lo trattò. Ma nessuno gli diede retta.
Era il 5 maggio del 1972. Venti minuti dopo le 22. Serata calda ma senza vento, visibilità intorno ai cinque chilometri. Il Dc 8 classe 43 Antonio Pigafetta, costruito nel '61, in servizio con i colori Alitalia, sigla IDIWB, impegnato sul volo AZ 112, portava 108 passeggeri più 7 uomini di equipaggio da Roma a Palermo. Morirono tutti. Lasciarono 98 orfani e 50 vedove.
Fu allora il più grande disastro nella storia dell' aviazione civile italiana. I primi trenta corpi li ritrovarono due vigili del fuoco inerpicandosi lungo il crinale di Montelepre. Otto li recuperarono più in là, tra gli anfratti e i rovi di quella montagna inospitale. Montagna Longa. Lì intorno c' era quello che restava: un giudice, due giornalisti, un uomo e una donna, uno che, dissero, era dei servizi segreti e un paio di militari su quell' aereo. Qualcuno non fu mai identificato. Quasi tutti tornavano a casa per votare. Era l' ultima sera di campagna elettorale, quella sera.
Mistero non mistero nella notte dei misteri di Italia. Sciagura, incidente, disastro. Tutto purché a nessuno saltasse in mente di tirare fuori storie di complotti e attentati.
Un nota d' agenzia della "Reuter", tre giorni dopo, lanciò subito la tesi di una bomba a bordo. Nessuno raccolse, ad eccezione del rappresentante dei piloti Anpac nella prima commissione di indagine. Cinque anni dopo fu quel poliziotto al quale diedero del visionario a elaborare una sua teoria. L' aereo non doveva esplodere in volo. Non dovevano esserci vittime. Doveva essere un' azione dimostrativa. L' ordigno piazzato sotto un seggiolino, bagaglio terrifico dimenticato lì da un passeggero apparentemente distratto, doveva mandare in mille pezzi l' aereo quando era già vuoto. Ma andò tutto storto quella notte. Andò storto perché il Dc 8 fu costretto a ritardare l' atterraggio. «Palermo Az 112, è sulla vostra verticale e lascia 5000 e riporterà sottovento, virando a destra, per la 25 sinistra», disse Roberto Bartoli, il comandante.
«Ricevuto il vento è sempre calmo» rispose Palermo. «Ok, Bartoli». Poi fu il buio, il vuoto. Non ci fu altro perché il nastro della scatola nera era strappato. Non registrò un accidente di niente e di quello che successe a bordo dopo quell' annuncio di discesa non si seppe nulla. A nessuno venne in mente di frugare, di cercare, di capire il come e il perché di un nastro che doveva esserci e non c' era. Eppure quell' assenza era il necessario corredo di un aereo caduto per disgrazia. Non venne in mente di analizzare i corpi, di verificare se avessero addosso tracce di esplosivo. L' autopsia, poi. L' autopsia la fecero a due cadaveri soltanto. Collo spezzato e intestini a vista.
Poteva essere il risultato di un impatto? E quella borsa esplosa dall' interno, come se una misteriosa forza dal di dentro ne avesse scardinato le cerniere, torcendo un barattolo di latta come se lo avessero preso a martellate? Poteva essere tutto questo compatibile con un impatto imprevedibile e imprevisto? Poteva e doveva. Si poteva per questo sorvolare su un dettaglio: i passeggeri non avevano le scarpe. Come se qualcuno li avesse avvisati, gli avesse detto di tenersi pronti per qualcosa, un ammaraggio, un atterraggio di emergenza, l' evacuazione da quella trappola di lamiere e velluto. E gli strumenti, cosa dicevano gli strumenti? Nessuno li ha mai esaminati a fondo. Per quel disastro non c' è neppure un' ora esatta. Non guardarono neppure gli orologi dei passeggeri. Non li cercarono e non li trovarono. Un incidente, era stato un incidente. Ci fu la prima inchiesta, la guidava il generale Francesco Lino, nominato dal ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro in persona. Il decreto fu firmato il 12 giugno. Il 27 avevano già concluso: tutta colpa del comandante. Era miope, era ubriaco (la perizia tossicologica lo escluse), era distratto, e poi lasciava fare al suo secondo, un neofita di quella trappola che chiamavano aeroporto. Ma perfino il generale Lino dovette ammettere che con il nastro strappato rimaneva un mistero: «L' analisi conduce a formulare le ipotesi di una situazione particolare determinatasi all' interno della cabina di pilotaggio per l' intervento di persone estranee oppure di un' avaria che possa avere distolto per quasi due primi l' equipaggio». Certo l' aeroporto era quello che era, non doveva neppure sorgere lì e aveva tutto scassato, incompleto, e approssimativo. Ma era atterrato e decollato di tutto, dissero, perché giusto quel Dc 8 avrebbe dovuto schiantarsi? L' Anpac, l' associazione dei piloti di linea, provò a dire che non poteva essere andata così. Condusse una controinchiesta consegnata ai fogli ingialliti della rivista dell' epoca. Bartoli era atterrato a Punta Raisi il 13 aprile precedente, conosceva a menadito quell' aereo, aveva al suo attivo 8500 ore di volo e sul Dc 8 ne aveva fatte 737. Aveva le lenti, ma era uno che volava con qualunque cosa avesse due ali e un motore, un appassionato. L' inchiesta penale iniziò a Palermo ma la trasmisero subito a Catania poiché tra le vittime c' era Ignazio Alcamo, sostituto procuratore generale presso la corte d' appello del capoluogo. A Catania commissionarono altre due perizie. E spuntarono tre ipotesi: il primo pilota disse che avrebbe virato a destra e sarebbe entrato per la verticale sinistra. Il secondo capì al contrario e l' aereo finì sulla montagna. Seconda ipotesi: l' aereo agganciò la frequenza del radiofaro su monte Gradara e ritenne di trovarsi sulla verticale di Punta Raisi. Il faro era stato installato da poco e per accorgersene i due piloti avrebbero dovuto scrupolosamente dare un' occhiata alle carte di navigazione che segnalavano la novità sul cambio di frequenza. Dal faro di monte Gradara a Montagna Longa l' aereo, questo diceva la seconda ipotesi, c' era arrivato in assetto da atterraggio. La terza ipotesi non differiva dalla prima, ma era una sommatoria di concause che concludeva per la stessa tesi: l' aereo si era schiantato per colpa dei piloti. Così i giudici a dieci anni dal disastro mandarono assolti il direttore dell' aeroporto e i due
tecnici dell' ente per l' aviazione. Per le vittime, le parti civili rimaste erano i familiari di Angela Fais, giornalista de "L' Ora", e i familiari di Elisabetta Salatiello, la figlia dell' ingegnere della Keller. Furono zittite durante tutto il processo e si ritirarono platealmente. Rimase solo quel rapporto di quel vicequestore a raccontare un' altra verità. E anche la storia di questo dossier di 36 fogli è una storia misteriosa. Giuseppe Peri era un poliziotto all' antica, tutto indizi e ragionamento. Poliziotto in quel di Trapani alle prese con il caso dei casi dell' epoca. Si trattava del sequestro dell' esattore Luigi Corleo, il suocero di Nino Salvo, il ras delle esattorie. Al vicequestore arrivarono delle notizie, delle imbeccate, delle soffiate. In breve, sulla scorta delle confessioni di un neofascista brindisino, imbroccò la pista del patto tra mafia e neri. E lì elaborò la sua teoria su Montagna Longa. Scrisse tutto e provò a farsi assegnare le indagini. Ma non accadde nulla. Allora andò alla posta e spedì sette raccomandate alle Procure di Marsala, Trapani, Palermo, Agrigento, Taranto, Milano, Torino e alla Procura generale presso la corte d' appello di Palermo. Spedì quel rapporto a tutti fuorché alla magistratura catanese titolare delle indagini. Quel rapporto non è mai entrato né ufficiosamente, né uff

ENRICO BELLAVIA


Il primo allarme lanciato a Carini

L' allarme scatta alle 22.25. Tre minuti dopo il dottore Gino Governanti da Carini chiama i vigili del fuoco. Questo è un estratto dal rapporto di Furitano: «L' aereo proveniente da ponente aveva urtato strisciando sul crinale di Montagna Longa, i motori avevano lasciato una lunga traccia sul pianoro. Un' ala con due motori e una parte della fusoliera venivano proiettati oltre il pianoro, rotolando sulla fiancata di levante della montagna in direzione di Carini. Il resto della fusoliera si era disintegrato. Alcuni corpi erano rotolati assieme all' ala sul versante di Carini. Verso quest' ultima direzione sono stati proiettati, in fiamme, un' ala, due motori e parte della carlinga, il che ha dato la falsa impressione ai testimoni che si trovavano a Carini che l' aereo procedesse con incendio a bordo».


Tre generali alla sbarra tutti assolti in Cassazione

L' avvio dell' inchiesta penale su Montagna Longa è il rapporto "Pellegrino", redatto dall' Anpac e inviato al procuratore capo Giovanni Pizzillo. Da Palermo l' inchiesta si sposta a Catania. Se ne occupano i pm Vitaliti e Grassi e poi il giudice istruttore Sebastiano Cacciatore. A luglio del 1973 Vitaliti e Grassi incriminano tre generali: Felice Santini, direttore generale aviazione civile, Giuseppe Canipari capo secondo reparto Itav e Sebastiano Freri, a capo del terzo reparto Itav. Del disastro devono rispondere anche Luigi Sodini, ex direttore del servizio aeroporti della direzione generale dell' aviazione civile e capo dei servizi di radioassistenza per l' aviazione; Giovanni Carignano, direttore dell' aeroporto; e il sergente della torre di controllo Rosario Terrano. Il primo grado si conclude con l' assoluzione di tutti il 27 aprile dell' 82. L' anno dopo la sentenza d' appello e nell' 84 c' è il verdetto della Cassazione.



 

5 maggio 2002

Montagna Longa, trent' anni di mistero

Repubblica 05 maggio 2002 pagina 2 sezione: PALERMO

Si schiantò sulla montagna portando alla morte 108 passeggeri e 7 uomini di equipaggio. Trent' anni dopo quella sciagura, la prima grande tragedia dell' aviazione civile, i familiari delle vittime andranno oggi in pellegrinaggio alla croce su Montagna Longa. Su quel pianoro, dove per giorni si cercarono brandelli di corpi e tracce di verità. Il pellegrinaggio alle 15 e una messa alle 19 nella chiesa madre di Carini, mentre a Catania un giudice archivia l' estremo tentativo di riaprire il caso. La tragedia aerea del 5 maggio del 1972 rimane un incidente. Non basta il rapporto di Giuseppe Peri per avviare una nuova istruttoria. Il dossier del 1977 messo insieme dal vice questore di Trapani Giuseppe Peri che, indagando sul sequestro dell' esattore Luigi Corleo, aveva accreditato la tesi di un attentato neofascista, è senza riscontri. Inviato a molte Procure ma mai apparso nell' incartamento sul processo per la sciagura, del rapporto si era persa ogni traccia. Con tenacia, per anni, Maria Eleonora Fais, sorella di Angela, giornalista de "L' Ora", una delle vittime, lo ha cercato tra archivi polverosi e fascicoli dimenticati. Ritrovato nel 1997 a Marsala, grazie a un' intuizione che era stata di Paolo Borsellino, il rapporto è finito agli atti di una richiesta di nuove indagini che l' anno scorso arrivò alla Procura di Palermo insieme con le ventilate verità di un neofascista già comparso in altre inchieste e bollato come inattendibile. Per competenza, l' indagine è finita a Catania, dove si erano celebrati i processi poiché tra le vittime vi era un magistrato palermitano, il sostituto procuratore generale Ignazio Alcamo. Peri sosteneva la tesi di una bomba a bordo. Doveva esplodere dopo lo sbarco dei passeggeri. Un ritardo nell' atterraggio avrebbe determinato lo scoppio in volo. Si era a due giorni dalle elezioni, a un anno esatto dalla morte del procuratore Pietro Scaglione, in un periodo di grandi tensioni, ma non arrivò alcuna rivendicazione. L' ipotesi della bomba affiorò solo in una nota d' agenzia della Reuter. Le indagini la scartarono del tutto, cumulando una serie di dubbi. Ci si concentrò sulle responsabilità dei piloti morti, crocifissi dai primi rapidissimi accertamenti, difesi strenuamente dall' Anpac e poi riabilitati. Si puntò quindi sulle carenze dell' aeroporto ma in fondo al processo, a dieci anni dalla sciagura, arrivarono le assoluzioni, mentre le parti civili abbandonarono in polemica. «Credo all' ipotesi di un attentato - dice Maria Eleonora Fais - sebbene la tesi di Peri mi paia complessa. L' assenza di rivendicazioni non è significativa: tra il 1969 e il 1974 ci furono 110 attentati e pochi furono rivendicati». Trent' anni dopo, il mistero è intatto: nessuna perizia in cerca di tracce di esplosivo sui cadaveri (accertamento decisivo per svelare il caso Mattei a molti anni di distanza), le condizioni dei corpi, compatibili con un' esplosione, il nastro della scatola nera stranamente strappato nel punto cruciale, le divergenze sulla posizione dell' aereo in volo, le coordinate fornite in fase di avvicinamento, le contraddittorie testimonianze tra chi vide il Dc 8 volare avvolto dalle fiamme e chi giurò di aver visto il fuoco solo dopo il boato, una casella vuota per un passeggero mai identificato.

- ENRICO BELLAVIA


Il perito Salvatore Di Tommaso

Repubblica — 07 maggio 2002 pagina 6 sezione: PALERMO

Il carrello retratto, i flap a 25 gradi in posizione di planata, i motori a basso regime. «No, non ci fu alcuna bomba a bordo, fu solo un incidente». Salvatore Di Tommaso, docente a Ingegneria, arrivò a Montagna Longa all' alba del 6 maggio del 1972. Fu ingaggiato dal procuratore capo di Palermo Ugo Pizzillo che nella notte aveva chiamato il rettore. In facoltà decisero che era lui, giovane docente di «strumentazione e impianti di bordo per aeromobili», a doversi occuparsi di quell' aereo finito contro la montagna. «Venne il pm Domenico Signorino e andammo su. Quello che vidi non potrò mai dimenticarlo». Professore è proprio convinto che si trattò di un incidente? «Sì. Dopo i primi accertamenti lavorai con due colleghi: Santi Lupo e Orazio Scrofani. C' erano molte cose da fare e avevamo tre mesi « Capì subito quello che era accaduto? «Vidi sul pianoro i solchi della strisciata dei motori». Recuperò la scatola nera? «La recuperai io insieme con Domenico Signorino. La consegnai all' allora capitano dei carabinieri Giuseppe Russo». Il nastro era strappato? «La scatola nera era sigillata. Con il pm Aldo Rizzo andammo a Roma e l' aprimmo: il nastro girava ma non rimaneva impresso nulla». Non pensò a un sabotaggio? «No, era un difetto del nastro o dello strumento». Cosa la convinse che si trattò di un incidente? «Al comando del velivolo c' era il secondo pilota, mai atterrato a Palermo. Il comandante era alle comunicazioni: nel volo precedente aveva commesso una serie di errori e si era sfiorata una collisione». A Palermo, invece, cosa accadde? «Accadde che Bartoli comunicò alla torre che stava effettuando una virata a destra per entrare sulla pista 25. Dini interpretò diversamente quella indicazioni, virò dalla parte opposta, abbassò i flap di 25 gradi e quando si vide la montagna davanti tentò di riattaccare». Tutta colpa dei piloti, dunque? «Non solo. A terra non c' era nulla che potesse correggere quell' errore. L' addetto alla torre disse di aver visto l' aereo dirigersi verso la montagna, poi sostenne che era una sua deduzione». E il mistero su una vittima in più? «Con i resti si composero 115 salme. Poi fu trovata una hostess». Conosceva nessuno su quell' aereo? «C' era un mio collega. E c' era anche un signore che aveva escogitato un sistema per localizzare un aereo in caso di caduta. Tornava da Roma per brevettare quella sua invenzione».

- ENRICO BELLAVIA


 

17 dicembre 2003

Dalle vittime di mafia a quelle degli incidenti

Repubblica — 17 dicembre 2003 pagina 1 sezione: PALERMO

La coperta legislativa fin troppo corta è quella che tutela i familiari delle vittime della mafia. Estesa dapprima ai figli delle vittime del disastro aereo di Ustica (81 morti, il 27 giugno del 1980), ha finito poi con il consentire l' accesso ai ranghi della pubblica amministrazione regionale anche ai figli dei passeggeri rimasti uccisi nel disastro aereo nel mare di Punta Raisi (23 dicembre 1978, 108 morti e 21 superstiti). Adesso, proprio in virtù di questi precedenti, due capigruppo delle opposizioni propongono l' estensione del beneficio anche agli orfani dei 115 di Montagna Longa. Montagna Longa fu il primo e più grave disastro aereo dell' aviazione civile italiana. Avvenne il 5 maggio 1972. Un Dc 8 dell' allora compagnia di bandiera si schiantò sulla cresta della montagna sopra l' aeroporto. Si percorse per via giudiziaria la tesi di un errore umano combinato con le carenze dello scalo, ma neanche questo fu poi pienamente accertato. Diversamente che per Punta Raisi, quando un Dc 9 si inabissò a poche miglia dalla pista, Ustica e Montagna Longa hanno in comune la coltre di mistero che avvolge e rende dubbie le ricostruzioni ufficiali dei disastri. Ustica per via di anni di silenzi e depistaggi tesi ad allontanare la possibile individuazione della fonte del missile che centrò il velivolo dell' Itavia. Per Montagna Longa, sia pure in una forma mai consacrata da alcuna inchiesta che ha percorso questa strada con qualche risultato apprezzabile, l' ipotesi di un attentato mafioso fu pure ventilata. Insieme a quella dell' attentato terroristico, immaginato in un rapporto datato 1977, opera del vicequestore Giuseppe Peri che attribuiva la responsabilità a una cellula dell' eversione nera. I terroristi avrebbero collocato una bomba a bordo, che sarebbe dovuta esplodere solo ad aereo ormai atterrato e vuoto. Un ritardo, una coincidenza non prevista, la precedenza accordata dalla torre di controllo a un altro velivolo, avrebbe invece innescato l' esplosione mentre l' aereo era ancora in fase di avvicinamento scaraventandolo contro la montagna. L' ultima riapertura dell' inchiesta, fortemente voluta da Maria Eleonora Fais che nel disastro perse la sorella, ha però prodotto un' archiviazione coincisa col trentennale della strage. Negli uffici dei due deputati che propongono l' assunzione dei figli delle vittime della sciagura stimano che a beneficiarne saranno meno di dieci dei 98 orfani di Montagna Longa. L' accesso al beneficio, così come previsto nel caso di Punta Raisi, è infatti limitato solo ai figli che naturalmente «non devono già essere dipendenti pubblici o non devono aver superato il quarantacinquesimo anno di età». La firma di Giovanni Barbagallo, capogruppo della Margherita, e di Francesco Forgione, capogruppo di Rifondazione comunista, è in calce a un emendamento aggiuntivo alla Finanziaria che verosimilmente sarà discusso in fondo a un dibattito che tirerà via parecchi giorni. La legge sui familiari delle vittime della mafia è del 1999. La prima estensione ai figli dei morti di Ustica del diritto all' assunzione alla Regione, negli enti locali, nelle aziende sanitarie e negli istituti regionali arrivò con la scorsa Finanziaria approvata quest' anno. Per i figli dei morti di Punta Raisi si è provveduto appena qualche giorno fa, agli inizi di dicembre, con le variazioni di bilancio. Da qui l' idea di Barbagallo e Forgione di coprire con Montagna Longa anche l' ultimo dei disastri aerei che hanno funestato la Sicilia. Il che, in astratto, non esclude di aprire altre maglie in futuro, per le vittime di una teoria infinita di disgrazie e sciagure, casuali quanto misteriose a prescindere dalla connotazione.

- ENRICO BELLAVIA


 

 

5 maggio 2009


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