Per gentile concessione del cronista del settimanale "Quarto Potere", Maurizio Macaluso
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2 marzo 2007
Un ex esponente dell'estrema destra rivela che il disastro di Montagna Longa fu opera di un gruppo di
terroristi. Maria Eleonora Fais, sorella di una delle vittime, lo ha incontrato
“Non salire su quell’aereo”
C'è un uomo che conosce la verità, che sa tutto su quella strage.
Quella sera doveva essere sull'aereo schiantatosi sulle montagne di Palermo. Qualche minuto prima della partenza però qualcuno gli consigliò di non imbarcarsi. Il suo posto fu occupato da una giovane giornalista palermitana che stava tornando in Sicilia per fare visita ai suoi familiari.Si chiamava Angela Fais. Aveva ventisette anni. La ritrovarono due giorni dopo il disastro. Gli occhi chiusi ed il volto bianco semicoperto dai lunghi capelli, il braccio sinistro e parte del corpo bruciati.Sua sorella, Maria Eleonora, si batte da trentacinque anni per ottenere giustizia. Ha raccolto prove ed ha scoperto che c'è una verità diversa da quella accertata dalle autorità.
"Su quell'aereo c'era una bomba", dice. "Si è trattato di un attentato ordito da servizi segreti deviati, estremisti di destra ed esponenti delle cosche della provincia di Trapani che intendevano destabilizzare il Paese".
Il 5 maggio del 1972 era una mite serata di primavera. A Palermo fervevano i preparativi per le elezioni politiche. Mancavano ormai meno di quarantotto ore all'appuntamento.
L'onorevole Giorgio Almirante era arrivato nel capoluogo per incontrare gli elettori. Nulla faceva presagire la tragedia che in pochi secondi avrebbe sconvolto la vita di tante famiglie.
Alle 22,21 il pilota Roberto Bartoli informò la torre di controllo di Palermo di essere sulla verticale dell'aeroporto a cinquemila piedi e fu autorizzato ad atterrare.
"Viro a destra sul mare, sotto vento, ed entro sulla 25 sinistra".
Il DC8 sembrava procedere normalmente verso la pista. Tre minuti dopo l'ultimo contatto, però, l’aereo finì inspiegabilmente contro la montagna. L'impatto fu cruento. Non vi fu nessun sopravvissuto.I sette membri dell'equipaggio ed i centotto passeggeri morirono nel disastro.Il giorno seguente un giornale inglese che dava notizia della tragedia parlò di un attentato mafioso. Le autorità italiane però si mostrarono sin dall'inizio poco propense a credere a quest'ipotesi. Il ministro dei trasporti Oscar Luigi Scalfaro nominò una commissione d'inchiesta per chiarire le cause del disastro.
La commissione, guidata dal colonnello Francesco Lino, impiegò appena dodici giorni per stabilire che si era trattato di un tragico incidente.Nelle conclusioni si affermava che i piloti erano drogati.
"Si trattava di una conclusione affrettata e totalmente infondata", dice Maria Eleonora Fais.
I familiari di Angela Fais e del comandante Roberto Bartoli e di altre vittime si mobilitarono contestando apertamente le conclusioni della commissione d'inchiesta.
"Dall'autopsia effettuata sui corpi emerse chiaramente che i piloti non erano drogati", dice Maria Eleonora Fais.
Intanto anche la magistratura indagava. Anche i consulenti nominati dal giudice istruttore di Catania Sebastiano Cacciatore giunsero alle conclusioni di un errore del pilota.Secondo i professori Renato Vannutelli, Antonino La Rosa ed il comandante Francesco Barchitta, Roberto Bartoli aveva ritenuto erroneamente di trovarsi sulla verticale di Punta Raisi mentre in realtà era a circa quindici miglia dall'aeroporto, su Monte Gradara, dove da poco tempo il radiofaro era stato spostato.Credendo di essere sul mare, aveva virato a destra finendo invece contro la montagna.
"E' una conclusione che non sta in piedi", spiega Maria Eleonora Fais. "Roberto Bartoli era un bravo pilota. Aveva alle spalle oltre diecimila ore di volo. Aveva già effettuato altri atterraggi a Palermo dopo lo spostamento del radiofaro e quindi ne era a conoscenza. Non avrebbe mai potuto commettere un errore da principiante. Se i fatti fossero andati veramente così i pezzi del relitto dovevano posizionarsi in maniera diversa con un'angolazione di meno di settanta gradi rispetto alla cresta della montagna".
Maria Eleonora Fais capì subito, leggendo gli atti dell'inchiesta, che c'era qualcosa che non quadrava. I medici legali avevano accertato che i corpi di alcuni passeggeri erano disintegrati. Il corpo del regista Francesco Indovina, morto nel disastro, non fu mai ritrovato.I soccorritori rinvennero solo la protesi dentaria ed un documento d'identità. Come aveva potuto disintegrarsi, si chiese Maria Eleonora Fais, se era morto a sospettare che non si era trattato di un incidente e che qualcuno stesse tentando di occultare la verità.Leggendo ancora gli atti scoprì che due poliziotti, che percorrevano l'autostrada, videro l'aereo in fiamme. Uno dei due raccontò che, dopo avere udito un boato, guardò il cielo e vide una grande luce e l'aereo che perdeva progressivamente quota lasciando una scia di fuoco.Un pilota di linea, atterrato qualche ora prima a Punta Raisi, da un bar di Cinisi, sentendo il rumore dei motori in avaria, si precipitò fuori e vide il DC 8 in fiamme che si dirigeva verso la montagna.Anche il sergente Roberto Terrano, in servizio presso la torre di controllo dell'aeroporto di Palermo, riferì di avere visto l'aereo in fiamme ma successivamente ritrattò.
"Capimmo che qualcuno stava tentando di affossare la verità", dice Maria Eleonora Fais.
I familiari di Angela Fais e di altre sei vittime del disastro furono le uniche famiglie a costituirsi parte civile nel processo a carico del direttore dell'aeroporto e di due tecnici dell'aviazione civile chiamati a rispondere del disastro.
"Questa tragedia aveva sconvolto la vita di tante famiglie", spiega. "Tanti non avevano le possibilità economiche per affrontare il processo. Altri decisero invece di accontentarsi dei risarcimenti".
Il processo si concluse il 27 aprile del 1982 con l'assoluzione di tutti gli imputati. Per i giudici gli unici responsabili del disastro erano i piloti morti nell'impatto assieme al resto dell'equipaggio ed ai passeggeri.
"Fu un processo vergognoso", spiega Maria Eleonora Fais. "Non ci fu concessa alcuna possibilità di esprimerci. Fummo costantemente interrotti e zittiti. Tutte le nostre controperizie furono puntualmente respinte dalla Corte. Per protestare decidemmo alla fine di ritirarci senza attendere i giudizi di secondo e terzo grado".
Maria Eleonora Fais non era però disposta ad arrendersi. Era certa che vi era un'altra verità e sarebbe riuscita prima o poi a scoprirla.Tre anni dopo, leggendo un giornale, venne a conoscenza dell'esistenza di un rapporto nel quale si ipotizzava che l'aereo era stato fatto esplodere.
Giuseppe Peri, dirigente della squadra mobile di Trapani, indagando su quattro sequestri di persona avvenuti nella provincia e nel settentrione, aveva scoperto che i rapimenti erano stati organizzati per fini eversivi da alcuni criminali di area neofascista con la collaborazione della delinquenza comune. Mentre indagava sul percorso delle banconote pagate dai familiari di Luigi Corleo, suocero dell'esattore Nino Salvo, una vittima dei quattro sequestri, l'investigatore era venuto a conoscenza che Luigi Martinesi, esponente della frangia eversiva della destra pugliese, aveva deciso di pentirsi ed aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Sulla scorta delle sue confessioni, raccolte dal giudice istruttore Morelli, l'investigatore trapanese scoprì il patto segreto tra mafia e terrorismo fascista, formulando la sua tesi sulla matrice dolosa di Montagna Longa.Secondo l'investigatore, doveva essere un'azione dimostrativa. L'attentatore, in possesso di carica esplosiva ad orologeria, avrebbe dovuto fare esplodere la bomba dopo lo sbarco dei passeggeri. L'obiettivo era di generare paura nell'opinione pubblica e destabilizzare il Paese alla vigilia delle elezioni politiche evitando la possibile apertura dei democristiani ai comunisti di Berlinguer.
Un imprevisto fece però saltare i piani degli attentatori.Il pilota del DC 8, sorvolando Punta Raisi, diede la precedenza ad un aereo proveniente da Catania, ritardando di dieci minuti l'atterraggio. Un ritardo che fu fatale.
Perché, si chiese Maria Eleonora Fais, quel rapporto non era tra gli atti dell'inchiesta? Gli inquirenti non erano forse a conoscenza della sua esistenza? Scoprì con grande sorpresa che Giuseppe Peri aveva inviato il proprio rapporto al tribunale di Catania mentre era ancora in corso l'istruttoria.
"Sono certa che il giudice istruttore Sebastiano Cacciatore lo ricevette", dice. "Non so perché inspiegabilmente decise di non inserirlo nel fascicolo. Noi non fummo mai messi a conoscenza dell'esistenza di questo importante documento che avrebbe potuto dare una svolta alle indagini".
Dopo avere fatto questa scoperta, Maria Eleonora Fais decise di avviare delle ricerche per acquisire una copia del rapporto. Le ricerche si rivelarono però molto più complesse di quanto potesse immaginare. Trascorsero oltre dieci anni prima che riuscisse a ritrovarlo.
"Nel 1992 conobbi, durante una manifestazione antimafia a Palermo, il procuratore di Marsala Paolo Borsellino", racconta. "Gli raccontai la mia storia e lui s'offrì d'aiutarmi".
Il rapporto fu ritrovato negli scaffali della Procura di Marsala dove era rimasto per tanto tempo nascosto sotto una coltre di polvere. Quando Maria Eleonora Fais si recò a ritirarlo gli fu risposto però che il procuratore intendeva prima vederlo e le fu chiesto di ritornare.
Era la primavera del 1992. Il 23 maggio il giudice Giovanni Falcone morì in un attentato. Paolo Borsellino, profondamente segnato dall'improvvisa scomparsa, si chiuse in se stesso rifiutandosi per settimane di incontrare chiunque. Quando il 19 luglio una carica di esplosivo lo uccise Maria Eleonora Fais comprese che la verità s'allontanava. Dovette attendere altri cinque anni prima di riuscire ad entrare in possesso del rapporto. Il 4 agosto del 1997 riuscì finalmente ad ottenere dal procuratore di Marsala Antonino Silvio Sciuto una copia dell'agognato documento.
"Fu egli stesso a consegnarmelo", dice. "Quando lo lessi rimasi fortemente emozionata. Scrissi immediatamente un'istanza con la quale chiesi la riapertura delle indagini ma la richiesta fu rigettata".
Alcuni anni dopo scoprì che un ex esponente della destra estremista, che negli anni Settanta operava al fianco di Pierluigi Concutelli, viveva a Palermo. Decise d'incontrarlo.
"Volevo parlare con quell'uomo", raccconta. "Speravo che fosse disposto ad aiutarmi. All'insaputa di mio marito e dei miei familiari, feci delle ricerche e scoprii dove viveva. Lo chiamai al telefono da una cabina spacciandomi per un'impiegata degli uffici giudiziari. Gli dissi che i familiari di alcune vittime della sciagura erano intenzionati a fare riaprire le indagini e che ero stata incaricata di contattarlo. Mi disse di richiamarlo la settimana successiva e così feci. Accettò d'incontrarmi. Andai a trovarlo nel luogo in cui lavorava. Si dimostrò subito disponibile. Mi disse che aveva fatto parte di un gruppo dell'estrema destra che operava a Palermo. Mi raccontò che la sera del 5 maggio del 1972 doveva imbarcarsi sull'aereo. Prima della partenza era stato invitato però a desistere ed attendere il volo successivo. Mi spiegò che l'aereo era stato fatto esplodere e che Stefano Delle Chiaie conosceva tutta la verità".
Quando sentì quel nome Maria Eleonora Fais sobbalzò dalla sedia. Stefano Delle Chiaie, noto esponente della destra eversiva, era stato per anni il leader di Avanguardia Nazionale ed era stato coinvolto in gravi atti di terrorismo. Nel 1970 aveva partecipato al Golpe Borghese. Nella notte del 7 dicembre di quell'anno, comandava, infatti, l'unità che avrebbe dovuto occupare il Ministero dell'Interno. Era stato anche indagato per la strage di Piazza Fontana. Se lui era a conoscenza della verità certamente dietro a questa storia c'era l'opera di terroristi. Maria Eleonora Fais si chiese però se poteva fidarsi di quell'uomo. Le aveva raccontato la verità o, forse, aveva tentato di depistarla?
"Durante l'incontro mi aveva detto che nel 1974 lui ed i suoi compagni erano stati spinti a fare una rapina in un supermercato, in via Catania, a Palermo, erano stati colti in fragrante dalla polizia ed arrestati. Dopo che era finito in manette aveva capito che si era trattato di una trappola. Qualcuno, dopo averli usati, aveva deciso di liberarsi di loro. Quando tornai a casa feci delle verifiche ed accertai che realmente nel 1974 vi era stata una rapina in un supermercato in via Catania, a Palermo, ed i rapinatori erano stati colti in flagranza. Andai da un magistrato e gli raccontati tutto ciò che avevo scoperto. Mi disse di tornare da quell'uomo e di fargli firmare un foglio in cui chiedeva di essere interrogato. Quando glielo chiesi però si rifiutò. Mi disse che se lo avesse fatto sarebbe stato ucciso".
Nella primavera del 2000 Maria Eleonora Fais presentò una nuova richiesta di riapertura delle indagini. Cinque mesi dopo anche questa istanza fu inesorabilmente rigettata. Sono trascorsi altri sette anni e la verità è ancora lontana. Maria Eleonora Fais continua però ancora a sperare che un giorno qualche magistrato decida di riaprire l'inchiesta e faccia luce su questa vicenda.
"Non posso accettare che ancora oggi si continui ad affossare la verità", dice. "Non mi arrenderò mai".
Maurizio Macaluso
Settimanale "Il Quarto Potere del 02-03-2007"
Nel filmato che segue, potete assistere all'intervista di Pierluigi Concutelli, avvenuta durante la trasmissione ndp "niente di personale" dell'emittente televisiva La7, avvenuta il 19/02/2008
Nuovi particolari sulle clamorose rivelazioni dell'estremista di destra che ha parlato del disastro aereo di Montagna Longa puntando il dito su alcuni ex compagni della lotta armata
E’ se fosse stato un missile?
L'aereo fu abbattuto. Una bomba o, forse, un missile sparato da terra, uno di quelli del tipo Stingher, un'arma micidiale capace di abbattere caccia ed elicotteri da guerra, facilmente manovrabile da un solo uomo
.E' questo lo scenario apocalittico descritto da un ex estremista di destra. L'uomo, ex compagno di Pierluigi Concutelli, che oggi vive a Palermo, ha rivelato che il Dc 8 schiantatosi la sera del 5 maggio del 1972 sulle montagne del capoluogo siciliano sarebbe stato fatto esplodere da terroristi.
Negli anni Settanta operava in Sicilia un gruppo di estremisti capeggiati da Pierluigi Concutelli, leader dell'eversione fascista, che era stato incaricato di compiere una serie di stragi ed omicidi con l'obiettivo di destabilizzare il Paese. Il gruppo, che avrebbe avuto una sede vicino il teatro Politeama, nel centro di Palermo, era dotato di armi sofisticate e di campi paramilitari.
Nel 1974 la polizia fece irruzione in un vecchio edificio, alla periferia di Erice, in cui era stata segnalata da una fonte confidenziale la presenza di terroristi. Quando gli agenti arrivarono, Pierluigi Concutelli ed i suoi uomini erano già andati via.Nel corso del blitz furono rinvenute tracce della presenza dei terroristi e dell'attività compiuta nel campo. Sui muri del casolare erano disegnati bersagli circolari. A terra furono ritrovati numerosi bossoli e valvole di radio rotte.In un angolo fu rinvenuta una catena che era stata utilizzata per issare su un albero una lunga antenna radio.
Un altro campo paramilitare fu scoperto a Menfi, in provincia di Agrigento. Attività eversive sarebbero state effettuate anche presso l’aeroporto militare Boccadifalco di Palermo. Secondo l’estremista, l 'obiettivo dell'organizzazione era di riuscire a destabilizzare il Paese ed assumerne il controllo.Il piano fu rivelato da un terrorista di estrema destra, Luigi Martinesi, che dopo essere finito in manette nel 1975 nell'ambito dell'indagine sul sequestro del banchiere Luigi Mariano, decise di collaborare rivelando tutti i retroscena del rapimento.Raccontò che, durante una riunione a Roma, era stato deciso di effettuare quattro sequestri di persona. I proventi sarebbero stati impiegati per finanziare l'attività dei gruppi estremisti. Le vittime, precisò Luigi Martinesi, erano state scelte dagli stessi promotori sull'identità dei quali si rifiutò di rispondere.
Il 13 gennaio del 1975 un commando rapì a Lainate, in provincia di Milano, l'industriale Egidio Perfetti, titolare di un'importante azienda dolciaria con un fatturato annuo di svariati miliari di lire. I rapitori chiesero un riscatto di sette miliardi. L'imprenditore fu rilasciato il 23 gennaio dopo il pagamento di due miliardi. Il primo luglio del 1975 l'avvocato Nicola Campisi, docente della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo, fu sequestrato mentre viaggiava al volante della sua auto in direzione di Sciacca. Ai familiari giunse una richiesta di riscatto di due miliardi lire. Il docente fu liberato l'11 agosto dopo il pagamento di settecento milioni. Il 17 luglio un commando sequestrò l'esattore Luigi Corleo. Il rapimento destò grande scalpore.
Luigi Corleo era un personaggio potente. Assieme ai cinque fratelli gestiva un patrimonio miliardario accumulato in decenni di gestione delle esattorie e con i ricavi provenienti dalle attività delle aziende agricole della famiglia.
Il genero, Nino Salvo, personaggio discusso per i suoi rapporti con la mafia, interpellato dai giornalisti, escluse che il rapimento potesse avere delle motivazioni di carattere politico.
"Mio suocero non si è mai occupato di politica".
I rapitori chiesero il pagamento di un riscatto di venti miliardi di lire. Luigi Corleo, sofferente di coliche e privo di un rene, non fece mai ritorno a casa. Il 23 luglio del 1975 fu sequestrato a Gallipoli il banchiere Luigi Mariano.
I rapitori chiesero un riscatto di due miliardi di lire. Luigi Mariano fece ritorno a casa il 9 settembre dopo il pagamento di duecentottanta milioni.
Giuseppe Peri, funzionario di polizia che indagava sul rapimento di Luigi Corleo, prendendo spunto dalle dichiarazioni di Luigi Martinesi, ipotizzò che i quattro sequestri fossero stati realizzati dal gruppo capeggiato da Pierluigi Concutelli
"per fini eversivi di autofinanziamento della criminalità politica di area neofascista con la collaborazione della delinquenza comune".
Il 22 agosto del 1977 l'investigatore inviò all'autorità giudiziaria un rapporto esplosivo in cui venivano indicati i nomi di esponenti dell'estrema destra e personaggi mafiosi che sarebbero stati coinvolti nella strategia della tensione. Trentaquattro pagine in cui avanzava l'ipotesi che un gruppo capeggiato dal terrorista Pierluigi Concutelli avesse agito indisturbato con la complicità della mafia rendendosi responsabile di orrendi crimini finalizzati a destabilizzare il Paese.
"E' esistita ed esiste scrisse una potente organizzazione dedita alla consumazione di sequestri di persona con richiesta di riscatto di diversi miliardi per fini eversivi i cui promotori, mandanti dei sequestri, vanno ricercati negli ambienti politici delle trame nere ed in ambienti insospettabili. Oltre alla consumazione dei sequestri è stata realizzata anche la cosiddetta strategia della tensione con stragi ed omicidi di persone rappresentative tra i quali quello in danno del sostituto procuratore Vittorio Occorsio, atti a creare, criminosamente, lo scontento generale, il caos che sarebbe dovuto giovare al pronunciamento dei cospiratori".
L'investigatore ipotizzò che le telefonate pervenute ai familiari di Luigi Corleo durante i giorni delle febbrili trattative erano state effettuate da Pierluigi Concutelli. L'estremista di destra era stato in Sicilia negli anni in cui erano stati commessi i sequestri ed altri crimini. Nel novembre del 1976 una fonte confidenziale aveva segnalato la sua presenza nelle campagne di Salemi. La stessa zona in cui, il 17 luglio del 1975, erano state rinvenute abbandonate due delle auto adoperate dai rapitori di Luigi Corleo.
" Si può affermare che movimenti di estrema destra, a carattere rivoluzionario scrisse Giuseppe Peri si siano serviti per realizzare sequestri di persona di organizzazioni mafiose operanti nelle zone teatro degli stessi sequestri. Le organizzazioni mafiose si sono servite di pericolosi pregiudicati di sicuro affidamento e scelti soprattutto in loco perché conoscitori delle innumerevoli strade interpoderali da percorrere con sicurezza nella fuga con il sequestrato, come nei sequestri Campisi e Corleo, e perché più mascherabile l'avvicendamento nei turni di vigilanza al sequestrato. Essendo i pregiudicati prescelti di alcuna estrazione politica degna di considerazione, sarebbe riuscito del tutto impossibile agli inquirenti risalire allo scopo politico del sequestro finalizzato al finanziamento di gruppi eversivi mandanti". "Che tale potente organizzazione mafiosa perseguisse indirettamente dei fini che esulano dal mero conseguimento del prezzo del riscatto affermò Giuseppe Peri in un altro passo del suo rapporto è dimostrato dalla dichiarazione resa dal Campisi Nicola dopo la sua liberazione e cioè che ricevuta, dopo due giorni dalla sua cattura, la visita, nel cunicolo ove veniva tenuto segregato, di tre individui incappucciati, di cui uno con accento romano e l'altro con accento settentrionale, costoro gli avevano precisato di non essere dei comuni delinquenti ma che agivano per delle finalità non meglio precisate". "Che le trame eversive nere, costituite da organizzazioni antiparlamentari, abbiano avuto a capo persone insospettabili riunitesi, secondo la dichiarazione di Martinesi Luigi a Roma nei primi mesi del 1975 per programmare quattro sequestri di persona avvalendosi della delinquenza comune e mafiosa proseguì Giuseppe Peri è dimostrato dalla specie di materiale rinvenuto e sequestrato nell'abitazione del Concutelli Luigi nell'atto del suo arresto".
Nell'abitazione dell'estremista furono rinvenuti dalla polizia cariche di tritolo, bombe a mano, vari rotoli di miccia, detonatori, interruttori per comando a distanza di cariche esplosive, numerose pistole, due mitragliatrici, un moschetto e centinaia di cartucce.Nel corso del blitz furono ritrovati anche due manuali sull'impiego degli esplosivi editi dallo Stato Maggiore dell'Esercito, due tesserini in bianco del Ministero della Difesa, passaporti e patenti false.
"Le armi e le munizioni militari ed i trattati sugli usi degli esplosivi, usciti da ambienti militari non si sa come, trovati in possesso del Concutelli
scrisse Giuseppe Peri
denunziano chiaramente che la matrice dei promotori dell'organizzazione va ricercata in ambienti insospettabili. E tale organizzazione non ha disdegnato, come dimostrato, di servirsi delle potenti organizzazioni mafiose siciliane e calabresi, commettendo dei sequestri di persona per realizzare i suoi fini di autofinanziamento.
Soltanto una circostanza fortuita agli inquirenti di Lecce ha rivelato la complessità dell'organizzazione criminosa".
Luigi Martinesi era stato sorpreso al volante della sua auto mentre trasportava indumenti personali del banchiere Luigi Mariano. Sottoposto ad un lungo ed estenuante interrogatorio, aveva deciso di collaborare e di rivelare i piani della banda.
"Di fronte a prove concrete di responsabilità scrisse Giuseppe Peri Luigi Martinesi ha fornito particolari non immaginabili della stessa organizzazione che agiva finalizzando i delitti commessi a scopi politici. Ed agendo su campo nazionale, in regioni diverse, difficile e quasi impossibile sarebbe stato trovare collegamenti tra i vari gravi delitti, cioè tra i vari sequestri di persona, dal momento che, normalmente, le indagini vengono ristrette nell'ambito della stessa provincia ove vengono consumati. E se si riesce raramente a provare la responsabilità di alcuni individui locali o a trovare indizi a loro carico si rimane, purtroppo, nella cerchia degli esecutori materiali".
Giuseppe Peri indicò nel proprio rapporto trentuno nomi di persone coinvolte a vario titolo nei quattro sequestri.
"Gli elementi di responsabilità raccolti a carico dei denunciati su ogni delitto di cui in rubrica e sulla loro associazione a delinquere scrisse il funzionario di polizia sono le risultanze di un obiettivo esame dei vari fenomeni criminosi. I responsabili dei sequestri in questione non meritano alcuna attenuante. Il Perfetti Egidio, per tutti i giorni della sua prigionia, è stato tenuto in una piccola nicchia legato, con la possibilità di uscire il capo da un foro ricavato in una tavola che fungeva da porta. E' stato tenuto sepolto vivo! E del Corleo nessuna notizia. O è morto per collasso, data l'età avanzata, o è stato cinicamente ucciso affinché, una volta rimesso in libertà, non rivelasse elementi utili per l'identificazione dei suoi rapitori. Non è stata data nemmeno la umana possibilità ai figli di averne la salma per tributare la giusta cristiana pietà. Si ha a che fare con belve umane. A chi avrebbero giovato i diversi miliardi ricavati o da ricavare dai sequestri di persona in esame? Ad individui non identificati, mandanti dietro le quinte, non degni nemmeno di alcuna attenuante perché avrebbero voluto, con l'instaurazione violenta di una forma di governo, togliere agli Italiani il sommo dei beni: la libertà, con messi di lotta basati sulla viltà di crimini infamanti e che grondano ancora di sangue. E questi criminali non sanno che la libertà è un valore eterno, una prerogativa dello spirito che non si estingue, che si rigenera perché, là dove si sopprime si fa violenza alla stessa natura umana che ne tollera, soltanto per un breve tempo, le mutilazioni, le disarmonie".
Indagando sui quattro rapimenti, Giuseppe Peri arrivò ad ipotizzare che anche alcune stragi ed omicidi che avevano insanguinato negli anni Settanta la Sicilia occidentale erano opera delgruppo capeggiato da Pierluigi Concutelli. Una strategia della tensione iniziata con l'omicidio del procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, assassinato il 5 maggio del 1971 a Palermo assieme all'autista Antonino Lo Russo, e proseguita con altri crimini. Un anno dopo quell'agguato, un aereo di linea precipitò mentre stava atterrando presso l'aeroporto di Punta Raisi. Settemembri dell'equipaggio e centotto passeggeri persero la vita nel disastro. Le indagini erano ancora in corso. Gli inquirenti avevano scartato la pista dell'attentato propendendo per un errore dei piloti. Giuseppe Peri però formulò un'ipotesi contrastante:
"Non è convincente per lo scrivente affermò il funzionario di polizia che sia un caso fortuito che proprio il 5 maggio del 1971 e del 1972 si verifichino rispettivamente un grave duplice omicidio per discreditare l'Autorità dello Stato ed un disastro aereo che getta nel lutto e nell'angoscia numerose famiglie generando giudizi perplessi sulla causa. Ci si pone il dilemma: attentato o disgrazia causata da improvviso guasto? L'ipotesi dell'attentato è corroborata da circostanze obiettive".
L'ipotesi era stata formulata, alcuni giorni dopo il disastro, da un componente della commissione ministeriale incaricata di fare luce sulla vicenda.
Il comandante Ferretti aveva avanzato il sospetto di una esplosione nella carlinga a seguito di un incendio provocato da un missile lanciato daterra. Il sospetto era stato però liquidato e l'inchiesta ministeriale si era chiusa alla chetichella dopo appena quindici giorni di lavoro
.Secondo Giuseppe Peri, l'attentatore era a bordo dell'aereo. La bomba avrebbe dovuto esplodere dopo lo sbarco dei passeggeri ma un imprevisto avrebbe fatto saltare i piani provocando la morte dello stesso attentatore.
"In caso di avarie di strumenti di bordo scrive il funzionario di polizia il pilota avrebbe avuto anche dei secondi di tempo per segnalarle a terra al personale di assistenza al volo della torre di controllo e ne sarebbe rimasta traccia nella scatola nera. Invece nulla è stato detto dal pilota perché l'improvvisa deflagrazione non gli ha dato il tempo di farlo. E' da aggiungere che, essendosi verificato un evento diverso da quello voluto con la strage di oltre cento persone, logicamente nessuna trama eversiva l'avrebbe rivendicato ed anche perché, trattandosi di vittime innocenti, non avrebbe conseguito consensi per discreditare lo Stato alla vigilia delle elezioni, anzi avrebbe conseguito una condanna generale".
Il rapporto di Giuseppe Peri non fu ben accolto dai suoi superiori che ritennero le conclusioni dell'investigatore farneticanti. Il 22 novembre del 1977 un settimanale locale pubblicò ampi stralci deldocumento. Giuseppe Peri, visibilmente contrariato, denunciò la vicenda all'autorità giudiziaria. Il primo luglio del 1978 fu trasferito d'autorità alla questura di Messina per una missione.Giuseppe Peri ritenne che qualcuno stava tentando di distoglierlo dalle indagini vanificando anni di duro lavoro. Rifiutò il trasferimento entrando in polemica con il procuratore generale di Palermo
Il 29 luglio successivo fu trasferito alla questura di Palermo. Trascorse gli ultimi quaranta mesi della brillante carriera in un anonimo ufficio escluso da qualunque tipo d'indagine. Il primo gennaio del 1982 fu stroncato da un infarto.
Le indagini sul sequestro di Luigi Corleo hanno imboccato intanto un'altra pista. Negli anni Novanta alcunipentiti hanno rivelato che il rapimento fu effettuato dalla mafia trapanese nell'ambito di una strategia del clan dei corleonesi volta a lanciare mesaggi ai colletti bianchi contigui all'organizzazione, rei di avere sgarrato o di non avere rispettato determinati patti d'onore. Anche l'indagine sul disastro aereo ha imboccato una pista diversa. Nessuno ha voluto credere all'ipotesi di un attentato terroristico. Ventitrè anni dopo però un estremista di destra, interpellato da Maria Eleonora Fais, sorella di una dei centotto passeggeri morti nel disastro, ha rivelato che l'aereo sarebbe stato abbattuto da terroristi ed ha sostenuto che l’ex estremista Stefano Delle Chiaie è a conoscenza di tutti i particolari. Forse una bomba piazzata prima del decollo da Roma, forse un missile lanciato da terra qualche minuto prima dell'atterraggio. L'ex estremista nero non è stato mai ascoltato dai magistrati. Trentanni dopo tutti i sospetti avanzati da Giuseppe Peri restano in piedi.
Maurizio Macaluso
C'era chi tornava a casa per riabbracciare la madre. C'era chi veniva in Sicilia per il voto. Centoquindici persone persero la vita nel 1972 nel disastro aereo di Montagna Longa. Tra loro alcuni vip e sette trapanasi
Centoquattordici salme giacevano allineate l'una accanto all'altra nei corridoi dell'Istituto di medicina legale, al policlinico di Palermo. Centoquattordici corpi dilaniati dall'esplosione e martoriati dal fuoco.
"Voglio vedere mio figlio, voglio vedere mio figlio"
.Angela Guida ripeteva ossessivamente queste parole. Lo sguardo duro e gli occhi lucidi di chi ha versato tante lacrime. In una mano un fazzoletto. I poliziotti tentavano di impedirle di entrare, ma lei non era disposta a desistere.Era arrivata da Calatafimi per vedere suo figlio e nessuno sarebbe riuscito a fermarla. "Ftemi entrare", ripeteva implorando gli agenti. "Vi prometto che non urlerò". I poliziotti, impietositi, la fecero entrare. Angela Guida avanzò lentamente lungo il corridoio passando in rassegna le centoquattordici bare. Ogni tanto arrestava improvvisamente la marcia pensando di avere scorto in un misero corpo i resti del figlio. Quasi tutte le salme erano irriconoscibili. Alcuni passeggeri erano stati trovati con le braccia alzate ed i pugni serrati sugli occhi. Altri con le mani protese in avanti. Per identificare le salme ci si serviva di ogni mezzo. Una cicatrice, una protesi dentaria, un brandello di stoffa. Angela Guida si ricordò che da giovane suo figlio aveva subito un intervento chirurgico.
"Ha una cicatrice sul lato destro", disse.
I funzionari, seguendo le sue indicazioni, controllarono le salme. Lo ritrovarono poco dopo in una delle centoquattordici bare. Gli occhi chiusi ed il volto bruciato reso irriconoscibile dal fuoco. Angela Guida lo fissò in silenzio. Avrebbe voluto piangere ed urlare. Serrò i denti e strinse con forza il fazzoletto che si era conficcato in bocca. Poi scorse un brandello di una cravatta e capì che era proprio suo figlio. Ora poteva tornare a casa. Ora potevano tornare a casa. Sono trascorsi trentacinque anni da quel giorno. Angela Guida oggi non c'è più. Tanti protagonisti di questa dolorosa vicenda sono morti. Altri hanno tentato di sopravvivere e di dimenticare. La maggior parte oggi non ha voglia di parlare e di ricordare una vicenda che ha segnato le loro vite.
Sull'aereo schiantatosi sulla montagna di Palermo la sera del 5 maggio del 1972 viaggiavano centotto passeggeri.C'erano un giudice ed un tenente della Guardia di Finanza impegnati nella lotta alla mafia. C'era un famoso regista. C'era il figlio dell'allenatore di un'importante squadra di calcio. C'erano tante persone comuniIgnazio Alcamo aveva quarantatré anni ed era originario di Trapani. Era presidente della prima sezione della tribunale di Palermo e della sezione speciale di misure di prevenzione. Era considerato un magistrato scomodo. Dal suo ufficio erano partite, poco prima della sua morte, le richieste di sottoporre il costruttore edile palermitano Francesco Vassallo ed Antonietta Bagarella, moglie del boss Totò Riina, alla misura del soggiorno obbligato.
Antonio Fontanelli aveva quarantanove anni ed era originario di Livorno. Impegnato in importanti indagini di mafia, era stato promosso tenente colonnello pochi giorni prima del disastro. Non fece in tempo ad indossare la divisa con i nuovi gradi. Franco Indovina era un noto regista palermitano. Era finito sulle prime pagine dei più importanti rotocalchi per la sua storia d'amore con l'attrice Soraya, ex moglie dello Scià di Tehran. Stava tornando a Palermo per votare. Per arrivare in tempo all'aeroporto di Fiumicino aveva passato due semafori con il rosso. Il giorno seguente sarebbe dovuto ripartire per Roma. Importanti impegni di lavoro richiedevano la sua presenza nella capitale. Non riabbracciò mai la sua compagna. Soraya, profondamente segnata dalla sua improvvisa scomparsa, trascorse il resto della sua vita in completa solitudine, girovagando per l'Europa e diventando celebre per la sua depressione.
Cestmir Vyckpalec aveva ventitré anni. Giocava discretamente a calcio. Aveva militato nelle file di una formazione piemontese nel campionato di promozione e nella Carrarese. Suo padre era l'allenatore della Juventus. Al momento della firma del contratto, aveva chiesto di assumere il figlio alla Fiat. Anche Cestimir si recava a Palermo per votare. Il padre avrebbe dovuto raggiungerlo la sera successiva dopo la partita di campionato. Non riuscì mai a riabbracciare suo figlio. Tra le vittime non note c'era quella che sarebbe dovuta diventare la moglie del boss palermitano Giusto Sciarabba. Si chiamava Renate Heichlinger. Avrebbero dovuto sposarsi in carcere. La
ritrovarono tra le lamiere dell'aereo.Tra i centotto passeggeri c'erano anche sette trapanesi. Antonino Cisarò aveva quarantasette anni. Viveva a Calatafimi con i genitori. Insegnava in una scuola elementare. Non si era mai sposato e non aveva figli. Era molto legato ai genitori ed ai fratelli.
"Antonino era una brava persona", dice la cognata, Nicolina Foderà. "Era sempre pronto ad aiutare il prossimo ed aveva sempre una parola buona per tutti".
Quando il fratello, emigrato con la famiglia in Australia, era rientrato in Sicilia con la moglie ed i figli Antonino Cisarò si era immediatamente prodigato per aiutarlo a trovare un'occupazione.
"Antonino era molto affezionato alla famiglia", dice Nicolina Foderà. "Sarebbe stato disposto anche a farsi in quattro pur di aiutare i suoi fratelli. Mio marito faceva il fabbro. In Australia si era specializzato in saldature. Quando nel 1970 rientrammo in Sicilia mio cognato lo aiutò a fare un concorso ed a trovare un'occupazione in una scuola".
Antonino Cisarò aveva un sogno. Voleva diventare direttore didattico. Il 4 maggio era volato a Roma per vedere i risultati di alcuni esami che aveva affrontato e comprare dei libri.
"Il giorno prima della partenza avevamo pranzato assieme", ricorda la cognata. "Era sereno ed allegro come sempre".
Nicolina Foderà sorride. Poi, all'improvviso, il suo volto si fa scuro e malinconico. Nella sua mente riaffiorano i ricordi di quella maledetta sera in cui suo cognato perse la vita. La notizia arrivò a Calatafimi ventiquattro ore dopo la tragedia.
La mattina seguente i quotidiani riportavano la cronaca del disastro ed i nomi dei passeggeri deceduti nello schianto.
"Ogni giorno, prima di mettersi in viaggio per Trapani, mio marito si recava al bar in piazza", racconta Nicolina Foderà. "Quando rientrò mi disse che al suo passaggio la gente lo aveva fissato ed aveva mormorato. Ci chiedemmo entrambi perché ma non riuscivamo a trovare una spiegazione. Non potevamo immaginare minimamente ciò che era accaduto. Alcuni minuti dopo venne a trovarci un nostro cugino. Ci comunicò che l'aereo era precipitato e che non c'erano superstiti. Poi arrivò anche mia suocera. Aveva appreso la notizia ed era preoccupata. Tentai di rassicurarla anche se sapevo che mio cognato era morto. Come potevo dire ad una donna di ottant'anni che suo figlio era morto?". Nicolina Foderà fa una breve pausa e poi riprende il suo racconto. "Mio marito partì immediatamente per Palermo. Mia suocera decise di andare con lui. Tentammo in tutti i modi di convincerla a restare a casa ed attendere il ritorno di mio marito ma non riuscimmo a fermarla. Fu lei a riconoscere la salma. Promise che nonavrebbe pianto e non lo fece. Neanche al momento dei funerali cedette alla commozione.
Durante il corteo funebre pregava. Era una donna forte ed una fervente cattolica. Mio suocero era invece una persona schiva e silenziosa che non esternava mai i propri sentimenti. Da quel giorno divenne ancora più taciturno. La scomparsa di suo figlio l'aveva profondamente segnato. Se ne andò due anni dopo il disastro".
Vincenzo Martino era di Castelvetrano. Gestiva con la moglie un negozio per la vendita di calzature nel centro della città. Non avevano figli. Vivevano con una nipote che amavano come una figlia. Dopo la sua morte sua moglie fu vittima di una crisi depressiva. Incapace di rassegnarsi alla scomparsa del marito e di continuare a vivere senza di lui alcuni anni dopo il disastro decise di togliersi la vita.
Anche Francesco Pomara era di Castelvetrano. Aveva trentacinque anni. Viveva con i genitori ed i fratelli. La sua improvvisa scomparsa sconvolse i suoi familiari. Negli anni successivi i genitori dovettero affrontare altri terribili drammi. L'altro figlio, chiamato a svolgere il servizio di leva, morì a causa di un incidente. Mentre stava rientrando con alcuni compagni da un poligono un proiettile partì all'improvviso dal fucile di un commilitone colpendolo mortalmente. Anche la sorella morì, stroncata da una terribile malattia che non le lasciò scampo.
Antonino Fontana era originario di Trapani ma viveva con la famiglia a Palermo. Tornava a casa per celebrare il compleanno della sua bambina. Lo ritrovarono morto tra le lamiere dell'aereo. Anche Santo Novara tornava a casa per riabbracciare i suoi familiari. Era originario di Mazara del Vallo. Alcuni anni prima aveva deciso di emigrare in Svizzera. Aveva trovato una occupazione in una fabbrica in cui venivano prodotti orologi. Tornava a casa per fare visita alla madre. Lasciò la moglie e due figli. Francesco e Sebastiano erano ancora due
bambini. Sono dovuti crescere senza un padre. Sono due dei tanti orfani di questa terribile tragedia.
Anche Paolo Di Maio era di Mazara del Vallo.
Giovanni Cavataio era invece di Alcamo. Anche lui era un emigrante. Alcuni anni prima
era andato in Germania. Tornava a casa per riabbracciare i suoi familiari
.Dopo trentacinque anni, i familiari delle vittime di questo terribile disastro non sanno ancora perché i loro congiunti sono morti. C'è una verità ufficiale secondo cui si è trattato di un incidente. Una tragica fatalità che non è stato possibile evitare. C'è però anche un'altra verità che Maria Eleonora Fais, sorella di una delle vittime, ed altri familiari, chiedono con forza da anni di accertare. C'è una borsa dilaniata dall'interno. C'è un corpo che non è mai stato identificato. C'è un uomo che sostiene che si è trattato di un attentato. Alcune mogli e figli delle vittime, che non hanno alcuna voglia di dimenticare, chiedono di capire. Chiedono di riaprire le indagini e di accertare se si sia trattato effettivamente di un attentato terroristico. In una lettera inviata il 23 marzo del 2003 all'autorità giudiziaria quindici figli della vittime hanno scritto:
"Era una mite serata di maggio, senza vento, nulla faceva presagire la tragedia che in pochi secondi avrebbe sconvolto la vita di un'intera cittadinanza. Era il 5 maggio del 1972. Su quell'aereo c'erano i nostri genitori. Eravamo bambini. Non sapevamo che quel giorno avrebbe segnato l'inizio di una vita di quesiti ai quali, a tutt'oggi, nessuno ha saputo o voluto dare una risposta: a che ora è caduto l'aereo? E' caduto o è esploso? E' stato un tragico incidente causato dal cattivo funzionamento della strumentazione di bordo o un misterioso attentato? C'erano le elezioni politiche dopo pochi giorni e su quell'aereo c'erano anche personalità di spicco. Perché i corpi erano tutti privi di scarpe? Perché Franco Indovina è stato trovato disintegrato (di lui sono state trovate solo la protesi dentaria ed un documento d'identità) mentre altri corpi sono stati trovati quasi integri? Perché l'autopsia è stata fatta solo sui corpi dei due piloti? Perché una borsa risultava dilaniata dall'interno? Perché il nastro della scatola nera risulta strappato? Chi era la vittima il cui corpo non è mai stato identificato? Perché è stata data la colpa ai piloti?".
Trentacinque anni dopo Maria Eleonora Fais e gli altri familiari delle vittime continuano a chiedere giustizia. La verità però sembra ancora inesorabilmente lontana.
Maurizio Macaluso
Settimanale "Il Quarto Potere del 15-03-2007"
Nuove clamorose rivelazioni sul disastro aereo di Montagna Longa. Un ex estremista di destra rivela che l'aereo fu abbattuto da terroristi che operavano con la complicità della rete paramilitare di Gladio
E’ stata una strage di Stato
C'è un patto segreto, una verità nascosta che nessuno fino ad oggi ha rivelato. L'aereo schiantatosi la sera del 5 maggio di trentacinque anni fa sulla montagne di Palermo fu abbattuto da terroristi di estrema destra che operavano con la complicità e la copertura dei vertici di Gladio, la rete paramilitare segreta costituita dopo la seconda guerra mondiale in Italia con il compito di contrastare una eventuale invasione dei comunisti, finita nel passato al centro di tante inchieste giudiziarie.È questo l'ultimo clamoroso segreto riferito da Alberto Volo, un ex estremista di destra siciliano, che ha rivelato l'esistenza di un piano per destabilizzare il Paese.
"Se vuole scoprire la verità deve uscire dalla logica di destra e sinistra ed entrare in quella dei servizi segreti".
Maria Eleonora Fais, sorella di uno dei centotto passeggeri morti nel disastro aereo, che alcuni anni fa ha incontrato l'ex estremista, non ha dimenticato queste parole. Alberto Volo, chiamato il professore, ha oggi cinquantotto anni. Negli anni Settanta era uno dei tanti giovani che militavano in un'organizzazione sovversiva che operava a Palermo e nel resto della Sicilia occidentale.L'ex estremista, che alcuni anni fa ha accettato di incontrare Maria Eleonora Fais, ha raccontato che il gruppo agiva alle dipendenze dei servizi segreti e percepiva compensi dallo Stato.
Le direttive arrivano direttamente dai vertici di Gladio. Importanti documenti confermano che la rete clandestina paramilitare era già operativa nell'isola negli anni Settanta. Non vi è alcuna prova però di un collegamento con gruppi terroristici ed organizzazioni criminali che hanno operato in Sicilia. Tutte le inchieste giudiziarie hanno escluso coinvolgimenti dei servizi segreti in attività illecite.I vertici di Gladio hanno ribadito con forza che la struttura militare avrebbe operato legittimamente senza avere alcun contatto con personaggi ambigui coinvolti in tentativi di eversione.
L'ex estremista Alberto Volo però ha riferito particolari e circostanze importanti che necessiterebbero quantomeno di una verifica. Il gruppo di cui faceva parte aveva una sede nel centro di Palermo, a poche centinaia di metri dal teatro Politeama. L'organizzazione era dotata di armamenti ed attrezzature sofisticate. Gli estremisti, ha raccontato Alberto Volo, sarebbero stati in possesso anche di proiettili al curaro, una sostanza chimica tossica che non lascerebbe traccia, di cui erano in dotazione i servizi segreti.
L'estremista, racconta Maria Eleonora Fais, che da anni si batte per accertare la verità sulla morte della sorella e degli altri centosette passeggeri, ha riferito che il suo gruppo era stato incaricato di compiere una serie di attentati al fine di destabilizzare il Paese ed impedire la presa del potere da parte dei comunisti e di eliminare alcuni rappresentanti delle istituzioni che erano corrotti. Un'azione, la prima, che rientrava nei compiti e nella strategia portata avanti da Gladio, istituita con l'obiettivo di evitare l'avanzata dei comunisti, e dalla CIA.
In questo contesto sarebbe maturata la decisione di abbattere il DC8 schiantatosi il 5 maggio del 1972 sulle montagne di Palermo qualche minuto prima dell'atterraggio. Alberto Volo ha raccontato che quella sera doveva imbarcarsi sull'aereo diretto in Sicilia. Qualche minuto prima della partenza gli fu consigliato però di non partire. Chi e perché gli disse di non imbarcarsi? L'ex estremista non ha voluto rivelare il nome dell'informatore. Maria Eleonora Fais ha però un sospetto.
"Negli anni Settanta operava all'aeroporto di Roma Mio Baccarini, estremista di destra con residenza a Beirut in contatto con i servizi segreti israeliani", dice.
Julio Baccarini era considerato un personaggio pericoloso dalle fonti informative comuniste. Fu effettivamente lui a consigliare ad Alberto Volo di non partire? L'ex estremista siciliano, che non ha mai partecipato a stragi compiute dai gruppi eversivi, non è stato in grado di riferire altri particolari sull'attentato. Ha comunque precisato che il
terrorista Stefano Delle Chiaie, uno dei leader dell'estremismo di destra, sarebbe a conoscenza di tutti i particolari. Dopo l'era degli attentati e delle stragi, i servizi segreti avrebbero
troncato i legami con i gruppi terroristici. Numerosi estremisti, diventati personaggi scomodi, sarebbero stati eliminati. Tanti amici di Alberto Volo sarebbero stati uccisi. Altri sarebbero stati arrestati.
Anche l'ex estremista palermitano sarebbe finito nel mirino dei servizi segreti. Dopo essere stato convinto a fare una rapina in un supermercato sarebbe stato sorpreso in flagranza dalla polizia ed arrestato. Una volta in carcere, ha raccontato l'ex estremista nel corso di un incontro con Maria Eleonora Fais, sarebbe stato selvaggiamente picchiato da un funzionario dei servizi segreti coinvolto successivamente in una clamorosa vicenda giudiziaria a Palermo. Alberto Volo, che si era dichiarato pronto a riferire ciò che sa agli inquirenti, non è mai stato convocato dai magistrati. L'estremista è rimasto coinvolto, un anno fa , in un'inchiesta su un giro di diplomi falsi.
Per le
centotto passeggeri e dei sette membri dell'equipaggio deceduti nel disastro aereo di Montagna Longa è frutto di una tragica fatalità. Ma Maria Eleonora Fais insiste e rivela l'esistenza di un filmato inedito che potrebbe consentire la riapertura delle indagini.
"Si tratta di un vecchio filmato amatoriale realizzato da un anziano di Terrasini che si recò sul luogo del disastro poche ore dopo lo schianto", spiega. "Molti cadaveri erano completamenti nudi, bianchi e gonfi. Una condizione che non è assolutamente compatibile con l'ipotesi dell'incidente formulata dagli inquirenti". "L'aereo è stato abbattuto", ribadisce Maria Eleonora Fais che, dopo essere venuta in possesso del filmato, lo la mostrato immediatamente ad un esperto ed ha scoperto che i suoi sospetti sarebbero fondati.
"Il dottore Paolo Procaccianti, dell'Istituto di medicina legale di Palermo, mi ha detto che da un primo esame sembrerebbe che la morte sia dovuta ad uno spostamento ''aria provocato da un'esplosione".
Ma per potere affermare con certezza che si sia trattava di un attentato servono prove. Bisogna innanzitutto scoprire se sull'aereo vi era la presenza di esplosivo. Un accertamento che sarebbe possibile effettuare riesumando le salme delle vittime e sottoponendole d una perizia balistica.
"Chiederò che venga riesumato il corpo di mia sorella", dice Maria Eleonora Fais. "Per anni le autorità hanno ostinatamente rigettato ogni nostra inchiesta. Non possono ancora, dopo trentacinque anni, continuare a sostenere che si è trattato di un incidente e nascondere la verità".
Maurizio Macaluso
Antonio Cavataio, figlio di una delle vittime del disastro aereo, racconta il suo dramma di orfano. Dopo la morte del padre finì in un collegio di Milano e fu costretto a crescere senza genitori. Oggi chiede giustizia
La montagna del dolore
Il piccolo Antonio batteva i piedi ed urlava. "Non piangere", gli diceva sua madre. "Qui starai bene. Ci sono tanti bambini con cui potrai giocare. Io verrò presto a trovarti". Si chinò verso di lui e, dopo averlo abbracciato, s'avviò lungo il corridoio. Antonio tentò di seguirla ma le suore lo trattennero. La fissò in lacrime mentre la vedeva scomparire dietro una porta. Odiò sua madre. Odiò suo padre che era partito all'improvviso per l'America senza neanche salutarlo e non aveva fatto più ritorno. Antonio era piccolo. Non sapeva che suo padre era morto in un disastro aereo. Sono trascorsi trentacinque anni da quel giorno. Antonio Cavataio è oggi un uomo. Ha una moglie e tre figli. Ha scoperto la terribile verità sulla fine di suo padre. Giovanni Cavataio aveva trentotto anni. Viveva con la moglie ed i quattro figli ad Alcamo. Gestiva una rivendita di frutta. Era un marito ed un padre affettuoso. Era disposto a fare qualunque sacrificio per i suoi figli.
"Io ero un bambino vivace", racconta Antonio Cavataio. "Nella primavera del 1972, mentre giocavo, infilai le dita in una presa della corrente elettrica dietro al frigorifero e mi bruciai. Mio padre contattò immediatamente un amico a Bologna dove c'era un grosso centro di chirurgia plastica Gli dissero che avrebbero potuto operarmi. Alcune settimane dopo ci recammo a Bologna per l'intervento chirurgico. L'operazione riuscì perfettamente. Il 5 maggio mio padre decise di rientrare in Sicilia. C'erano le elezioni e lui non voleva mancare. Io restai in ospedale con mia madre.fu l'ultima volta che vidi mio padre. Al ritorno a casa mi fu detto che era partito per l'America".
Il piccolo Antonio attese invano il ritorno del padre. Ogni volta che chiedeva alla madre ed ai nonni otteneva risposte sfuggenti. I giorni trascorsero inesorabili e presto il piccolo Antonio non interrogò più i suoi familiari. Sua madre, sconvolta dall'improvvisa perdita del marito, decise di lasciare la Sicilia e di trasferirsi nel settentrione.
"Inizialmente portò con lei soltanto me", racconta Antonio Cavataio. "Andammo a vivere a Milano. Mia madre trovò un lavoro in un ristorante. Non stava mai in casa e non aveva tempo per occuparsi di me e quindi decise di portarmi in un orfanotrofio. Mi ricordo che quando mi lasciò compresi subito ciò che stava accadendo. Iniziai ad urlare ed a battere i piedi".
Il piccolo Antonio restò a lungo in collegio. Presto fu raggiunto da due dei tre fratelli. Il quarto, ancora piccolo, fu affidato ad una famiglia. Ogni sabato la madre andava a prendere lui ed i suoi fratelli per il fine settimana. Alla vigilia dell'estate il nonno arrivava dalla Sicilia per portarli a casa per le vacanze. All'età di sette anni Antonio fece una terribile scoperta.
"Un giorno, mentre ero in Sicilia, mi fu detto che mio padre non era mai andato in America. Scoprii con grande sorpresa che l'aereo sul quale si era imbarcato era precipitato e lui era morto. Mi sentii terribilmente in colpa. Pensai che se io non mi fossi bruciato non saremmo mai andati a Bologna e lui non sarebbe mai salito su quel maledetto aereo". Antonio Cavataio fa una pausa e poi aggiunge: "Ho vissuto per anni con questo senso di colpa. Non potete neanche immaginare i pianti che mi sono fatto nei bagni delle camerate". Antonio rimase in collegio per circa dieci anni. Quando uscì andò ad abitare con la madre, che nel frattempo si era risposata. "Non ho vissuto molto con loro", racconta. "In estate conobbi una ragazza romana. Me ne innamorai e decisi di trasferirmi nella capitale". Antonio Cavataio oggi ha superato i terribili sensi di colpa che lo hanno afflitto per anni e si è riconciliato con suo padre. Alcuni anni fa si è recato sul luogo del diastro. "Volevo vedere dove era morto mio padre", racconta. "Ho fermato la macchina ai piedi della montagna ed ho proseguito a piedi. Quando sono arrivato in cima sono scoppiato in lacrime".
Qualche mese fa Antonio Cavataio ha fatto un'altra terribile scoperta. Consultando un sito internet dedicato alla tragedia, realizzato da alcuni familiari delle vittime, ha appreso che la fine di suo padre e degli altri passeggeri potrebbe non essere stata una tragica fatalità.
"E' stato uno shock", dice. "Sin da piccolo mi avevano detto che l'aereo era precipitato a causa di un errore dei piloti. Ho dovuto rimettere in discussione tutto ciò in cui fino a quel momento avevo creduto".
Antonio Cavataio si è immediatamente messo in contatto con i familiari di altre vittime. Ha conosciuto altri ex bambini che hanno perduto il padre nel disastro e che sono stati costretti come lui a crescere senza un genitore. Ilde Scaglione è una di loro. Suo padre, Mario, era un funzionario di un'importante compagnia petrolifera. Stava tornando da un viaggio di lavoro. Ilde Scaglione ricorda nitidamente quel maledetto giorno in cui suo padre non fece ritorno a casa. Per anni ha letto con ingordigia ogni notizia sull’incidente cercando di capire. Oggi si batte per la verità.
"Non ho mai creduto che si sia trattato di un incidente", dice. "I piloti erano persone esperte che non avrebbero mai compiuto un errore del genere. Penso che l'ipotesi dell'attentato sia molto plausibile. Eravamo in un periodo politico difficile. In varie parti della Sicilia erano stati compiuti diversi atti terroristici. L'inchiesta purtroppo è stata condotta in maniera superficiale. Alcuni corpi sono stati disintegrati. Eppure nessuno ha pensato di disporre una perizia balistica per rilevare l'eventuale presenza di esplosivo. Ma c'è di più. Non sono stati neanche raccolti gli orologi delle vittime per vedere a che ora si erano fermati.
Sin dall'inizio vi è stata la convinzione da parte degli inquirenti che si fosse trattato di un incidente". "Noi siamo stati trattati malissimo dalle istituzioni", aggiunge Ilde Scaglione. "Non abbiamo ottenuto giustizia. Per essere ammessi tra i beneficiari degli interventi disposti in favore dei familiari di altri disastri aerei abbiamo dovuto protestare e batterci".
Dal 2004 i figli, nati o residenti in Sicilia, delle vittime del disastro aereo di Montagna Longa, che non abbiano superato il quarantacinquesimo anno d'età e non siano dipendenti pubblici, possono chiedere di essere assunti alla Regione Siciliana.
Ilde Scaglione è una di coloro che hanno già beneficiato di questa iniziativa. Anche Antonio Cavataio vorrebbe presentare domanda. Attualmente lavora per una ditta presso l'aeroporto di Fiumicino, lo stesso da cui suo padre partì quella maledetta sera senza mai fare ritorno.
"Spero di riuscire ad essere assunto presso gli uffici distaccati di Roma", dice. "Sembra che vi siano dei problemi ma spero che riusciremo a superarli. Non posso trasferirmi in Sicilia. La mia vita è qui. Con mia moglie, i miei figli ed i miei suoceri, che sin dall'inizio mi hanno accolto a braccia aperte, ho trovato quella famiglia che non avevano mai avuto".
Maurizio Macaluso
Settimanale "Il Quarto Potere del 23-03-2007"
Linea Rossa
“La mafia non c’entra”
Non abbiamo rilevato alcun collegamento di elementi mafiosi con le trame nere ed in genere con eventuali disegni eversivi". Il procuratore di Palermo Giovanni Pizzillo fu chiaro. Interpellato il 17 dicembre del 1974 dai componenti della Commissione parlamentare antimafia, in visita in Sicilia, escluse qualunque coinvolgimento della mafia in attività eversive. Giovanni Pizzillo aveva condotto, nelle prime fasi, l'inchiesta sull'aereo schiantatosi il 5 maggio del 1972 sulle montagne di Palermo. Un disastro in cui avevano perduto la vita centoquindici persone. Nonostante l'ipotesi di un attentato avanzata da alcuni organi di stampa e la presenza di alcuni indizi che avrebbero potuto fare propendere per questa tesi Giovanni Pizzillo non aveva ritenuto opportuno disporre alcuna perizia balistica."Nessuna considerazione è dato esprimere, trattandosi di fatti che non rientrano nella sfera di conoscenza diretta di questo ufficio, in ordine a possibili collegamenti di elementi mafiosi con le trame nere", disse il magistrato durante l'audizione dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia. "In nessuno dei casi venuti a cognizione di questa autorità giudiziaria si sono evidenziati riscontri inequivocabili di intrecci o di interessi fra mafia ed organizzazioni eversive". Trent'anni dopo un ex estremista di destra ha rivelato che quel disastro aereo sarebbe opera di un gruppo di terroristi di estrema destra che intendeva destabilizzare il Paese.
Maurizio Macaluso
Settimanale "Il Quarto Potere del 05-04-2007"
Linea Rossa
Il 5 maggio del 1972 un aereo precipitò sulle montagne di Palermo provocando 115 vittime.
Alla vigilia del trentacinquesimo anniversario, l'ex estremista Alberto Stefano Volo ha deciso di uscire allo scoperto
“Ecco chi c’è dietro le stragi”
Ci sono i nomi di personaggi potenti, ci sono le prove del loro coinvolgimento nella strategia della tensione.
La verità sugli anni bui che hanno sconvolto l’Italia è contenuta in un memoriale. Un documento esplosivo custodito in mani sicure in un luogo segreto. L’uomo che l’ ha scritto è oggi un uomo vecchio e malato che chiede di essere dimenticato e lasciato in pace. Alberto Stefano Volo, ex estremista di destra, vive su una sedia a rotelle. In quel memoriale ha scritto tutto ciò che sa. Segreti inconfessabili che ancora oggi scuoterebbero i Palazzi del Potere. Se un giorno verrà ucciso il documento sarà consegnato all’autorità giudiziaria. È questo il patto segreto che ha fatto per avere salva la vita. In questi anni Alberto StefanoVolo ha tentato di rifarsi una vita e di lasciarsi per sempre alle spalle queste vicende. Ma una parola o un semplice accenno al passato, a ciò che ha scritto in quel memoriale. Ora però ha deciso di uscire allo scoperto e di parlare. Una decisione sofferta assunta alla vigilia di un anniversario importante.
Il 5 maggio di trentacinque anni fa un aereo di linea precipitò sulle montagne di Palermo pochi minuti prima dell’atterraggio.Otto membri dell’equipaggio e centoundici passeggeri persero la vita. Su quell’aereo avrebbe dovuto esserci anche Alberto StefanoVolo. Il giorno dopo il disastro il suo nome figurava nella lista delle vittime. L’ex estremista però non salì mai su quell’aereo. Alcuni minuti prima del decollo decise di posticipare la partenza. Secondo Maria Eleonora Fais, sorella di una delle vittime, che da alcuni anni indagasulla vicenda, Alberto Stefano Volo sarebbe a conoscenza di importanti segreti.
“L’aereo è stato abbattuto”, avrebbe rivelato l’ex estremista nel corso di un incontro riservato con la donna.
Alberto Stefano Volo, però, nega. Dopo avere letto gli articoli pubblicati su questo settimanale ha deciso di rompere il proprio silenzio e di parlare. Vuole dire pubblicamente che non sa nulla di questa storia. Tutto ciò che ha riferito non è il frutto di conoscenze dirette ma di semplici deduzioni. Tutto ciò sa è che quel maledetto aereo è precipitato e che centoquindici persone hanno perduto la vita.
“Non ho mai detto di conoscere la verità”,
dice, Alberto Stefano Volo ha militato per lunghi anni in Gladio, la struttura paramilitare costituita negli anni cinquanta dal governo italiano per impedire un’eventuale presa del potere da parte dei comunisti. Ha fatto parte di gruppi dell’estrema destra partecipando anche ad attività sovversive.
“Sono sempre stato tra i più moderati”. Altro che attentati, stragi, morti. Sono stato ingiustamente coinvolto nel processoper la strage diBologna. Un insulto alla mia intelligenza ed a ciò in cui credevo. Alla fine sono stato assolto.Alcuni miei ex compagni hanno tentato di uccidermi. Sono riuscito a sopravvivere.Ho promesso che non avrei mai parlato e non intendo farlo ora. Ho deciso di intervenire pubblicamente solo per smentire che io sia a conoscenza di importantisegreti riguardanti la vicenda di cui vi state occupando”.
La sera del 5 maggio 1972 avrebbe dovuto imbarcarsi sull’aereo diretto a Palermo. Perché alcuni minuti prima del decollo decise di non partire?
“In quel periodo vivevo in Liguria. Ogni venerdì tornavo a Palermo, per far visita ai miei figli che vivevano con la mia ex moglie. All’aeroporto di Roma conobbi una hostess. Facemmo amicizia. Lei mi chiese di trascorrere la serata assieme. Pensai Pensai che se anche fossi partito la mattina seguente sarei giunto in tempo per vedere i miei bambini e quindi decisi di trascorrere la notte nella Capitale. La mattina seguente appresi che l’aereo era " precipitato”.
Nessuno le consigliò di non partire? Nessuno la informò che quell’aereo non sarebbe mai arrivato a destinazione?
Mi sono salvato solo per un caso. Credo che, se si è trattato realmente di un attentato, gli attentatori avevano tutto l’interesse a che io salissi su quell’aereo. Se il mio nome figuravanell’elenco delle vittime si sarebbe affermato che questa era una strage fascista”.
Si è detto invece che è stato un incidente. L’ipotesi dell’attentato non è mai stata neanche esaminata dagli inquirenti.Secondo lei, quale è la verità?
“Ho sempre pensato che si sia trattato di un attentato. Tutti i passeggeri furono trovati senzascarpe. Una procedura che viene adottata solo quando ci si prepara ad affrontare un atterraggiodi emergenza. Non si può continuare a sostenere, dopo trentacinque anni, che il pilota eraubriaco. Oggi vi sono le tecnologie e gli strumenti attraverso i quali sarebbe possibil accertarela verità. Credo che qualcuno prima o poi debba decidersi a riaprire questa indagine ”.
Alcuni viaggiatori riferirono che la sera del 5 maggio c’era una particolare tensione in prossimità dei punti d’imbarco. Tutti i passeggeri ed i bagagli venivano sottoposti ad attente perquisizioni. Secondo lei, sarebbe stato possibile imbarcare una bomba a bordo dell’aereo senza essere scoperti?
Non c’era alcun controllo serrato . Credo che se qualcuno avesse voluto avrebbe potuto portare sull'aereo anche un elefante"
Secondo il commissario Giusseppe Peri, un funzionario di polizia di Trapani che negli anni Settanta indagò su questa ed altre vicende, l'aereo sarebbe stato fatto esplodere da estremisti di destra che intendevano destabilizzare il Paese alla vigilia delle elezioni politiche.
"Credo che l'intuizione di Giuseppe Peri fosse giusta. In quegli anni era in corso la strategia della tensione. Non bisogna però attribuire a queste vicende un determinato colore politico. Non è una questione di destra o di sinistra ma di soldi e potere. L'obiettivo di coloro che ci manovravano non era certo quello di destabilizzare il Paese. Volevano prendere il potere attraverso la magistratura.
Ho fatto parte di un gruppo di estremisti che aveva la propria sede a Palermo. Eravamo stati incaricati di preparare, con altri gruppi, un golpe. Il mio capo in quel periodo era un giudice. Non sto rivelando alcun segreto. È una notizia ufficiale. Se va a rileggere i giornali dell'epoca troverà conferma di tutto ciò che le sto dicendo".
Lei ha riferito a Maria Eleonora Fais che Stefano Delle Chiaie, noto esponente della destra eversiva, leader di Avanguardia Nazionale, è a conoscenza della verità sul disastro aereo di Palermo. Come può sostenere ciò se, come lei sostiene, non sa nulla di questa vicenda?
"La signora mi ha chiesto chi potrebbe essere a conoscenza della verità. Io, basandomi sulle mie conoscenze, le ho indicato il nome di Stefano Delle Chiaie, che, guardacaso, è libero, protetto e garantito".
Nel suo memoriale non c'è alcun accenno a questa vicenda?
"No. Cosa avrei potuto scrive sostenendo che secondo lei si tratta di un attentato.
Lei però ha parlato, nel corso dell'incontro riservato con la signora Maria Eleonora Fais anche della strage di Usticache secondo lei si tratta di un attentato. Lo conferma?
"Marco Affatigato, noto esponente fascista, avrebbe dovuto imbarcarsi su quell'aereo. Alcuni minuti prima del decollo decise di non partire e l'aereo precipitò. Nei primi giorni si disse che era stata una strage fascista. Tutti se ne sono dimenticati ?
Ma chi c'era dietro queste stragi?
"I potenti. Coloro che governavano e che continuano a governare. Se voletescoprire la verità non cercate me ed i miei compagni. Andate nelle loro eleganti case e troverete le prove di ciò che sto affermando Ma state attenti. Questa è gente pericolosa che non guarda in faccia nessuno".
Maurizio Macaluso
Il 12 giugno 1972 il ministro Oscar Luigi Scalfaro nomina una commissione d'inchiesta per chiarire le cause del disastro. La commissione, presieduta dal generale Francesco Lino, impiega appena cinque giorni per completare le indagini ed arriva ad una conclusione clamorosa. Il disastro aereo non è stato frutto di una tragica fatalità ma del comportamento sconsiderato dei piloti.Il comandante Roberto Bartoli ed il suo secondo erano ubriachi. A pagina quarantatré della relazione della commissione d'inchiesta si legge
"Il comandante Roberto Bartoli, che assicurava il collegamento radio con gli enti del traffico aereo, ha commesso molte imprecisioni sia nella forma che nel contenuto dei messaggi. Imprecisioni indicative di una poca concentrazione nel disimpegno delle mansioni come se si fossero affievoliti, per motivi imprecisabili, i normali processi della sfera intellettiva".
E' una conclusione che scatena aspre polemiche. Roberto Bartoli era un pilota esperto con alle spalle oltre novemila ore di volo. Aveva fatto scalo a Palermo altre cinquantasette volte senza mai commettere errori. Dall'autopsia effettuata sul suo corpo non erano emerse anomalie. Al momento del decollo da Roma e durante tutto il volo si era comportato normalmente svolgendo correttamente tutte le operazioni. I familiari di Roberto Bartoli e delle altre vittime si mobilitano contestando apertamente le conclusioni della commissione.
Ci sono troppi punti oscuri che non sono stati chiariti. La commissione non ha tenuto conto delle condizioni della struttura aeroportuale e del sistema di radio assistenza, ritenuto assolutamente inattendibile. Scarso risalto è stato dato anche al cambio dei radiofari operato appena quattro mesi prima del disastro aereo.Numerosi piloti, dopo l'incidente, hanno ammesso che non ne erano a conoscenza. E' possibile che anche Roberto Bartoli non sapesse che i radiofari erano stati sposati? E' possibile che il pilota romano abbia commesso questo errore provocando il terribile incidente? Ma si è trattato realmente di un incidente?I primi dubbi emergono alcune settimane dopo il disastro. Il 4 maggio del 1972, appena ventiquattro ore prima della tragedia, il capo della ripartizione trasporti aveva inviato una nota all'ufficio controllo traffico nazionale con la quale annunciava di sospendere tutti i controlli effettuati prima delle partenze degli aeromobili. La vicenda viene denunciata il 30 maggio del 1972, con un'interrogazione, da undici parlamentari.
"Poiché nel citato ordine è detto che le autorizzazioni alla partenza degli aeromobili debbono intendersi date una tantum - scrivono i parlamentari -con tale disposizione, il capo ripartizione ha autorizzato preventivamente tutte le partenze dei voli, senza i prescritti e singoli controlli da parte dell'aviazione civile, per cui, in seguito a tale disposizione, la torre di controllo, che dipende com'è noto dal Ministero della Difesa può disporre la partenza di tutti gli aerei senza l'autorizzazione che veniva concessa in precedenza dopo i controlli previsti dal codice di navigazione aerea.
Considerato che tale ordine appare, palesemente, illegittimo e mina l'adempimento dei compiti istituzionalmente devoluti dal codice della navigazione al direttore dell'aeroporto, a garanzia di un pubblico servizio così delicato quale è il traffico aereo, non consentendo più il compimento dei controlli stabiliti dalle legge prima dell'autorizzazione alla partenza degli aeromobili, controlli che sono fondamentali per la sicurezza della navigazione aerea e riguardanti l'aeromobile, l'equipaggio, il carico; stante il dettato e gli scopi di sicurezza voluti dalla legge per ogni partenza di aeromobile; ritenendo che non è assolutamente consentito ad una direzione di aeroporto di ritenere autorizzate, una volta per tutte, le partenze degli aerei; gli interroganti chiedono al ministro se non ritenga di disporre l'annullamento dell'ordine in questione ripristinando la piena legittimità dell'autorizzazione prima della partenza dell'aeromobile da parte della direzione dell'aeroporto di Fiumicino e curando che i responsabili della ripartizione rispettino le leggi che regolano la navigazione aerea".
Perché l'amministrazione dell'aviazione civile rinunciò, inspiegabilmente, ad effettuare i controlli previsti dalla legge? Senza controlli chiunque avrebbe potuto salire su un aereo e collocare una bomba senza correre il pericolo di essere scoperto. Nessuno però ha mai parlato di bombe.
Maurizio Macaluso
Linea Rossa
Trent'anni dopo il rapporto del commissario Peri continua a fare discutere. Marcello Immordino, figlio di un ex questore di Trapani ed amico del funzionario di polizia, fornisce una interessante chiave di lettura dei fatti
“Nessun patto tra mafia e trame nere”
Dal dopoguerra ad oggi ogni volta che un magistrato o un investigatore è andato controcorrente è stato isolato. C'è una morte fisica. Un povero disgraziato si prende una raffica di pallottole. Tutti partecipano alla passerella dichiarandosi amici della buonanima quando in vita erano acerrimi nemici. E c'è una morte civile. Una persona viene isolata e messa nelle condizioni di non operare. E ciò che è accaduto a Giuseppe Peri". Marcello Immordino sa quanto è difficile fare il poliziotto in Sicilia. Suo padre, Vincenzo, è stato un funzionario di polizia integerrimo.
Negli anni Settanta è stato questore di Trapani. Nel 1980 non esitò a segnalare che uno dei funzionari della questura di Palermo era venuto meno ai suoi doveri. Anche Marcello Immordino è stato poliziotto. Ha condotto importanti indagini sulla criminalità. Si è occupato di episodi riconducibili alle trame nere. Ha conosciuto Giuseppe Peri a Trapani nel periodo in cui suo padre era questore. Si sono rincontrati, alcuni anni dopo, a Palermo, dopo che Peri era stato trasferito nel capoluogo siciliano. "Era un grandissimo investigatore", dice. "Aveva un grande fiuto. Riusciva con grande facilità a cogliere ciò che si celava dietro ai fatti". Indagando sul sequestro dell'esattore Luigi Corleo, suocero di Ignazio Salvo, ed altri tre rapimenti, Giuseppe Peri arrivò ad ipotizzare che i sequestri erano stati effettuati da estremisti di destra con la complicità della mafia per finanziare l'attività eversiva. Il rapporto, a firma del funzionario di polizia, non fu ben accolto però dai superiori.
Giuseppe Peri fu accusato di essere un visionario e dopo alcuni anni fu trasferito a Palermo e relegato in un ufficio della polizia criminale, con nessuna mansione "Credo che la sua intuizione fosse giusta", dice Marcello Immordino "Trapani era in quegli anni il crocevia di traffici illeciti.C'erano personaggi mafiosi potenti. C'erano logge massoniche. C'erano servizi segreti deviati. La mafia locale poteva contare su importanti collegamenti con gli Stati Uniti dove erano presenti tante comunità di emigranti di origine trapanese.
Giuseppe Peri però non è riuscito ad andare oltre la sua intuizione ed a raccogliere prove a supporto della sua tesi. Credo che il suo errore sia stato quello di isolarsi. Lavorava da solo. Non parlava con i superiori, non si consultava con nessuno. Se avesse lavorato in sinergia con altri forse sarebbe riuscito a concretizzare tutti i suoi sforzi e a trovare le necessarie prove. Anche se, comunque, non credo che sia stata tutta colpa di Giuseppe Peri. Erano anni difficili. La situazione politica e sociale era perennemente instabile. Non c'era alcuna collaborazione tra gli investigatori. Ogni Procura era una piccola contea che faceva capo al procuratore del posto. Anche poliziotti e carabinieri non collaboravano. Non c'era alcuno scambio di informazioni e ciò impediva spesso agli investigatori di raggiungere importanti risultati.
Giuseppe Peri ha avuto il grande merito di indagare su fatti locali con una visione che andava oltre i confini della provincia". Indagando sui quattro rapimenti, Giuseppe Peri arrivò ad ipotizzare che anche alcune stragi ed omicidi che avevano insanguinato negli anni Settanta la Sicilia occidentale erano opera di terroristi di estrema destra.
Una strategia della tensione iniziata con l'omicidio del procuratore della Repubblica Pietro Scaglione, assassinato il 5 maggio del 1971 a Palermo assieme all'autista Antonino Lo Russo, e proseguita con altri orrendi crimini.
Un anno dopo quell'agguato, un aereo di linea precipitò mentre stava atterrando presso l'aeroporto di Punta Raisi. Sette membri dell'equipaggio e centotto passeggeri persero la vita nel disastro.
Le indagini erano ancora in corso. Gli inquirenti avevano scartato la pista dell'attentato propendendo per un errore dei piloti. Giuseppe Peri però formulò un'ipotesi contrastante. Sostenne che l'aereo era stato fatto esplodere. Secondo il funzionario di polizia la bomba avrebbe dovuto saltare in aria dopo l'atterraggio ma un imprevedibile ritardo aveva fatto scombussolato i piani dei terroristi provocando anche la morte dell'attentatore.Il rapporto, inviato al giudice istruttore di Catania Sebastiano Cacciatore, che indagava sul disastro aereo, non fu mai neanche inserito nel fascicolo dell'inchiesta. I familiari delle vittime vennero a conoscenza della sua esistenza soltanto molti anni dopo il disastro.
"Non so perché non fu inserito nel fascicolo", dice Marcello Immordino.
"Certo sembra strano ma non so fornire alcuna spiegazione. Ho comunque sempre pensato che quel disastro sia stato un incidente. L'aeroporto di Palermo era in quegli anni in condizioni disastrose. Certo è anche vero che non si è mai indagato su piste alternative a quella dell'incidente".
Giuseppe Peri si occupò anche di un altro importante caso di cronaca. L'uccisione dell'appuntato Salvatore Falcetta e del carabiniere Carmine Apuzzo, assassinati nella notte del 26 gennaio del 1976 ad Alcamo Marina. Il funzionario di polizia ipotizzò che anche questa vicenda fosse opera di terroristi di estrema destra.
"Si tratta solo di ipotesi", dice Marcello Immordino. "In quegli anni è comunque certo che a Trapani operavano degli estremisti. Nella primavera del 1974, alle pendici di Erice, era stato scoperto un campo paramilitare". Sei mesi dopo, il 17 dicembre del 1974, durante un'audizione dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia, il questore Vincenzo Immordino escluse però la presenza di legami tra mafia ed estremisti di destra.
"Nulla è da riscontrare, in provincia di Trapani, in ordine ad un collegamento fra ambienti mafiosi e trame nere",
disse il funzionario di polizia.
"È vero", dice Marcello Immordino. "Non c'era un accordo tra mafia e terroristi. Gli estremisti pensavano di potere sfruttare la mafia. I boss però non avevano alcun interesse a destituire il governo perché quella situazione instabile permetteva all'organizzazione di prosperare. C'erano dei contatti occasionali ma nessuna strategia comune. Giuseppe Peri ha visto giusto. Ha avuto delle intuizioni felicissime ma temo che, come accade a tanti investigatori, sia incappato in fatti verosimili ma non aderenti alla realtà".
Maurizio Macaluso
Settimanale "Il Quarto Potere" del 26-04-2007
3 maggio 2007
Linea Rossa
Il 5 maggio del 1972 un aereo precipitò sulle montagne di Palermo provocando 115 vittime. Alla vigilia del trentacinquesimo anniversario, l'ex estremista Alberto Stefano Volo ha deciso di uscire allo scoperto
"Ecco chi c'è dietro le Stragi"
Ci sono i nomi di personaggi potenti, ci sono le prove del loro coinvolgimento nella strategia della tensione. La verità sugli anni bui che hanno sconvolto l'Italia è contenuta in un memoriale. Un documento esplosivo custodito in mani sicure in un luogo segreto. L'uomo che l' ha scritto è oggi un uomo vecchio e malato che chiede di essere dimenticato e lasciato in pace. Alberto Stefano Volo, ex estremista di destra, vive su una sedia a rotelle.
In quel memoriale ha scritto tutto ciò che sa. Segreti inconfessabili che ancora oggi scuoterebbero i Palazzi del Potere. Se un giorno verrà ucciso il documento sarà consegnato all'autorità giudiziaria. È questo il patto segreto che ha fatto per avere salva la vita. In questi anni Alberto Stefano Volo ha tentato di rifarsi una vita e di lasciarsi per sempre alle spalle queste vicende. Mai una parola o un semplice accenno al passato, a ciò che ha scritto in quel memoriale. Ora però ha deciso di uscire allo scoperto e di parlare. Una decisione sofferta assunta alla vigilia di un anniversario importante.
Il 5 maggio di trentacinque anni fa un aereo di linea precipitò sulle montagne di Palermo pochi minuti prima dell'atterraggio. Otto membri dell'equipaggio e centoundici passeggeri persero la vita. Su quell'aereo avrebbe dovuto esserci anche Alberto Stefano Volo.
Il giorno dopo il disastro il suo nome figurava nella lista delle vittime. L'ex estremista però non salì mai su quell'aereo. Alcuni minuti prima del decollo decise di posticipare la partenza.
Secondo Maria Eleonora Fais, sorella di una delle vittime, che da alcuni anni indaga sulla vicenda, Alberto Stefano Volo sarebbe a conoscenza di importanti segreti. "L'aereo è stato abbattuto",avrebbe rivelato l'ex estremista nel corso di un incontro riservato con la donna.
Alberto Stefano Volo, però, nega. Dopo avere letto gli articoli pubblicati su questo settimanale ha deciso di rompere il proprio silenzio e di parlare. Vuole dire pubblicamente che non sa nulla di questa storia. Tutto ciò che ha riferito non è il frutto di conoscenze dirette ma di semplici deduzioni. Tutto ciò sa è che quel maledetto aereo è precipitato e che centoquindici persone hanno perduto la vita.
"Non ho mai detto di conoscere la verità", dice. Alberto Stefano Volo ha militato per lunghi anni in Gladio, la struttura paramilitare costituita negli anni Cinquanta dal governo italiano per impedire un'eventuale presa del potere da parte dei comunisti. Ha fatto parte di gruppi dell'estrema destra partecipando anche ad attività sovversive. "Non mi sono mai sporcato le mani di sangue", puntualizzata orgoglioso. "Sono sempre stato tra i più moderati. Altro che attentati, stragi, morti. Sono stato ingiustamente coinvolto nel processo per la strage di Bologna. Un insulto alla mia intelligenza ed a ciò in cui credevo. Alla fine sono stato assolto. Alcuni miei ex compagni hanno tentato di uccidermi. Sono riuscito a sopravvivere. Ho promesso che non avrei mai parlato e non intendo farlo ora. Ho deciso di intervenire pubblicamente solo per smentire che io sia a conoscenza di importanti segreti riguardanti la vicenda di cui vi state occupando".
La sera del 5 maggio del 1972 avrebbe dovuto imbarcarsi sull'aereo diretto a Palermo. Perché alcuni minuti prima del decollo decise di non partire?
"In quel periodo vivevo in Liguria. Ogni venerdì tornavo a Palermo per far visita ai miei figli che vivevano con la mia ex moglie. All'aeroporto di Roma conobbi una hostess. Facemmo amicizia. Lei mi chiese di trascorrere la serata assieme. Pensai che se anche fossi partito la mattina seguente sarei giunto in tempo per vedere i miei bambini e quindi decisi di trascorrere la notte nella Capitale. La mattina seguente appresi che l'aereo era precipitato".
Nessuno le consigliò di non partire? Nessuno la informò che quell'aereo non sarebbe mai arrivato a destinazione?
"Mi sono salvato solo per un caso. Credo che, se si è trattato realmente di un attentato, gli attentatori avevano tutto l'interesse a che io salissi su quell'aereo. Se il mio nome figurava nell'elenco delle vittime si sarebbe affermato che questa era una strage fascista".
Si è detto invece che è stato un incidente. L'ipotesi dell'attentato non è mai stata neanche esaminata dagli inquirenti. Secondo lei, quale è la verità?
"Ho sempre pensato che si sia trattato di un attentato. Tutti i passeggeri furono trovati senza scarpe. Una procedura che viene adottata solo quando ci si prepara ad affrontare un atterraggio di emergenza. Non si può continuare a sostenere, dopo trentacinque anni, che il pilota era ubriaco. Oggi vi sono le tecnologie e gli strumenti attraverso i quali sarebbe possibile accertare la verità. Credo che qualcuno prima o poi debba decidersi a riaprire questa indagine".
Alcuni viaggiatori riferirono che la sera del 5 maggio c'era una particolare tensione in prossimità dei punti d'imbarco. Tutti i passeggeri ed i bagagli venivano sottoposti ad attente perquisizioni. Secondo lei, sarebbe stato possibile imbarcare una bomba a bordo dell'aereo senza essere scoperti?
"Non c'era alcun controllo serrato. Credo che se qualcuno avesse voluto avrebbe potuto portare sull'aereo anche un elefante"
Secondo il commissario Giuseppe Peri, un funzionario di polizia di Trapani che negli anni Settanta indagò su questa ed altre vicende, l'aereo sarebbe stato fatto esplodere da estremisti di destra che intendevano destabilizzare il Paese alla vigilia delle elezioni politiche.
"Credo che l'intuizione di Giuseppe Peri fosse giusta. In quegli anni era in corso la strategia della tensione. Non bisogna però attribuire a queste vicende un determinato colore politico. Non è una questione di destra o di sinistra ma di soldi e potere. L'obiettivo di coloro che ci manovravano non era certo quello di destabilizzare il Paese. Volevano prendere il potere attraverso la magistratura. Ho fatto di un gruppo di estremisti che aveva la propria sede a Palermo. Eravamo stati incaricati di preparare, con altri gruppi, un golpe. Il mio capo in quel periodo era un giudice. Non sto rivelando alcun segreto. È una notizia ufficiale. Se va a rileggere i giornali dell'epoca troverà conferma di tutto ciò che le sto dicendo".
Lei ha riferito a Maria Eleonora Fais che Stefano Delle Chiaie, noto esponente della destra eversiva, leader di Avanguardia Nazionale, è a conoscenza della verità sul disastro aereo di Palermo. Come può sostenere ciò se, come lei sostiene, non sa nulla di questa vicenda?
"La signora mi ha chiesto chi potrebbe essere a conoscenza della verità. Io, basandomi sulle mie conoscenze, le ho indicato il nome di Stefano Delle Chiaie, che, guarda caso, è libero, protetto e garantito".
Nel suo memoriale non c'è alcun accenno a questa vicenda?
"No. Cosa avrei potuto scrivere se non sono a conoscenza di nulla?".
Lei però ha parlato, nel corso dell'incontro riservato con la signora Maria Eleonora Fais anche della strage di Ustica sostenendo che secondo lei si tratta di un attentato. Lo conferma?
"Marco Affatigato, noto esponente fascista, avrebbe dovuto imbarcarsi su quell'aereo. Alcuni minuti prima del decollo decise di non partire e l'aereo precipitò. Nei primi giorni si disse che era stata una strage fascista. Tutti se ne sono dimenticati".
Ma chi c'era dietro queste stragi?
"I potenti. Coloro che governavano e che continuano a governare. Se volete scoprire la verità non cercate me ed i miei compagni. Andate nelle loro eleganti case e troverete le prove di ciò che sto affermando. Ma state attenti. Questa è gente pericolosa che non guarda in faccia nessuno".
Maurizio Macaluso
Quello strano provvedimento Il 12 giugno 1972 il ministro Oscar Luigi Scalfaro nomina una commissione d'inchiesta per chiarire le cause del disastro. La commissione, presieduta dal generale Francesco Lino, impiega appena cinque giorni per completare le indagini ed arriva ad una conclusione clamorosa. Il disastro aereo non è stato frutto di una tragica fatalità ma del comportamento sconsiderato dei piloti. Il comandante Roberto Bartoli ed il suo secondo erano ubriachi. A pagina quarantatré della relazione della commissione d'inchiesta si legge: "Il comandante Roberto Bartoli, che assicurava il collegamento radio con gli enti del traffico aereo, ha commesso molte imprecisioni sia nella forma che nel contenuto dei messaggi. Imprecisioni indicative di una poca concentrazione nel disimpegno delle mansioni come se si fossero affievoliti, per motivi imprecisabili, i normali processi della sfera intellettiva". E' una conclusione che scatena aspre polemiche. Roberto Bartoli era un pilota esperto con alle spalle oltre novemila ore di volo. Aveva fatto scalo a Palermo altre cinquantasette volte senza mai commettere errori. Dall'autopsia effettuata sul suo corpo non erano emerse anomalie. Al momento del decollo da Roma e durante tutto il volo si era comportato normalmente svolgendo correttamente tutte le operazioni. I familiari di Roberto Bartoli e delle altre vittime si mobilitano contestando apertamente le conclusioni della commissione. Ci sono troppi punti oscuri che non sono stati chiariti. La commissione non ha tenuto conto delle condizioni della struttura aeroportuale e del sistema di radio assistenza, ritenuto assolutamente inattendibile. Scarso risalto è stato dato anche al cambio dei radiofari operato appena quattro mesi prima del disastro aereo. Numerosi piloti, dopo l'incidente, hanno ammesso che non ne erano a conoscenza. E' possibile che anche Roberto Bartoli non sapesse che i radiofari erano stati sposati? E' possibile che il pilota romano abbia commesso questo errore provocando il terribile incidente? Ma si è trattato realmente di un incidente? I primi dubbi emergono alcune settimane dopo il disastro. Il 4 maggio del 1972, appena ventiquattro ore prima della tragedia, il capo della ripartizione trasporti aveva inviato una nota all'ufficio controllo traffico nazionale con la quale annunciava di sospendere tutti i controlli effettuati prima delle partenze degli aeromobili. La vicenda viene denunciata il 30 maggio del 1972, con un'interrogazione, da undici parlamentari. "Poiché nel citato ordine è detto che le autorizzazioni alla partenza degli aeromobili debbono intendersi date una tantum - scrivono i parlamentari -con tale disposizione, il capo ripartizione ha autorizzato preventivamente tutte le partenze dei voli, senza i prescritti e singoli controlli da parte dell'aviazione civile, per cui, in seguito a tale disposizione, la torre di controllo, che dipende com'è noto dal Ministero della Difesa può disporre la partenza di tutti gli aerei senza l'autorizzazione che veniva concessa in precedenza dopo i controlli previsti dal codice di navigazione aerea. Considerato che tale ordine appare, palesemente, illegittimo e mina l'adempimento dei compiti istituzionalmente devoluti dal codice della navigazione al di rettore dell'aeroporto, a garanzia di un pubblico servizio così delicato quale è il traffico aereo, non consentendo più il compimento dei controlli stabiliti dalle legge prima dell'autorizzazione alla partenza degli aeromobili, controlli che sono fondamentali per la sicurezza della navigazione aerea e riguardanti l'aeromobile, l'equipaggio, il carico; stante il dettato e gli scopi di sicurezza voluti dalla legge per ogni partenza di aeromobile; ritenendo che non è assolutamente consentito ad una direzione di aeroporto di ritenere autorizzate, una volta per tutte, le partenze degli aerei; gli interroganti chiedono al ministro se non ritenga di disporre l'annullamento dell'ordine in questione ripristinando la piena legittimità dell'autorizzazione prima della partenza dell'aeromobile da parte della direzione dell'aeroporto di Fiumicino e curando che i responsabili della ripartizione rispettino le leggi che regolano la navigazione aerea". Perché l'amministrazione dell'aviazione civile rinunciò, inspiegabilmente, ad effettuare i controlli previsti dalla legge? Senza controlli chiunque avrebbe potuto salire su un aereo e collocare una bomba senza correre il pericolo di essere scoperto. Nessuno però ha mai parlato di bombe.
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Settimanale "Il Quarto Potere" del 03-05-2007
Linea Rossa
Nuova rivelazione dell'ex estremista di destra Alberto Stefano Volo. Una hostess potrebbe conoscere la verità sul disastro aereo accaduto il 5 maggio del 1972 sulle montagne di Palermo. Ipotesi e sospetti
La donna del mistero
C'è una donna che conosce la verità, che sa tutto sulla strage. E' questo il nuovo segreto rivelato dall'ex estremista Alberto Stefano Volo. Una traccia da cui ripartire per tentare di scoprire la verità, per tentare di chiarire perché centoquindici persone hanno perso la vita. La donna del mistero non ha un nome ne' un volto.
Nel 1972 era una giovane hostess che operava sugli aerei di linea nazionale. La sera del 5 maggio di trentacinque anni fa avrebbe dovuto imbarcarsi sull'aereo diretto a Palermo. Qualche minuto prima della partenza però chiese di essere sostituta da una collega. La motivazione di questa sostituzione non è nota. L'ex estremista Alberto Stefano Volo, che alla vigilia del trentacinquesimo anniversario ha deciso di parlare smentendo pubblicamente di essere a conoscenza di importanti segreti, avanza però dei sospetti!
"Quella donna era la compagna di un tizio di cui avete parlato in uno dei vostri articoli che lavorava presso l'aeroporto di Roma".
Alberto Stefano Volo non indica il nome. Il riferimento è però chiaro. L'ex estremista nero parla di Julio Baccarini, un personaggio enigmatico al centro di storie dai risvolti poco chiari. Estremista di destra, legato con i servizi segreti israeliani, era considerato da fonti informative comuniste una persona pericoloso.
Il 3 aprile del 1972 la fonte 128 inviò alla divisione Affari riservati del Ministero degli Interni una nota informativa per comunicare che la direzione del Pci stava conducendo indagini sul conto di Julio Baccarini, funzionario dell'Alitalia con sede a Beirut. "Egli - scriveva l'informatore -sarebbe l'uomo di collegamento tra il servizio segreto israeliano ed i gruppi della destra extraparlamentare italiana". L'autore della fonte informativa era il giornalista vaticanista di origine polacca Antonio Jorkov, accreditato presso la sala stampa della Santa Sede.
In quei tormentanti giorni della primavera di trentacinque anni fa anche la polizia si occupò di Julio Baccarini. Il 26 aprile del 1972, infatti, la questura di Roma inviò una nota informativa alla divisione Affari riservati del Ministero degli Interni. Ma chi era Julio Baccarini? Come era entrato nei gruppi di estrema destra? Perché era considerato un personaggio pericoloso? Julio Baccarini iniziò la sua militanza nella destra sin da giovane. Nel 1961 era iscritto al Movimento Sociale Italiano. Faceva parte del Fronte universitario di azione nazionale. Da una nota informativa custodita negli archivi della questura di Roma emerge che da giovane aveva avuto qualche problema con la giustizia.
"Il 25 novembre fu querelato da Gerardo Mombelli, fu Ferruccio, presidente dell'Unuri, per violazione di domicilio, per avere la stessa sera, assieme ad altri giovani studenti di estrema destra, partecipato all'occupazione della sede dell'Unuri, in via Piemonte n. 63, allo scopo di protestare contro le manifestazioni promosse dall'associazione a favore del Fronte di liberazione nazionale algerino. Il relativo procedimento fu definito con sentenza istruttoria del Tribunale di Roma, del 6 maggio 1963, con declaratoria di non doversi procedere per non avere commesso il fatto. All'epoca egli non era ritenuto elemento da sottoporre a particolare vigilanza".
Dopo avere conseguito la laurea in scienze politiche Julio Baccarini era diventato un funzionario dell'Alitalia. Dal 16 febbraio del 1966 al 15 ottobre del 1970 aveva prestato servizio a Beirut. Un periodo durante il quale avrebbe stretto solidi legami con i servizi segreti israeliani coinvolti in vicende dai risvolti poco chiari.
Perché la sera del 5 maggio del 1972 la compagna di Julio Baccarini chiese all'ultimo momento di essere sostituita? Fu forse consigliata dal suo compagno di rinunciare alla partenza? Julio Baccarini sapeva, forse, che quell'aereo non sarebbe mai arrivato a destinazione? Sapeva che sarebbe esploso o che sarebbe stato abbattuto prima dell'atterraggio?
L'ex estremista di destra Alberto Stefano Volo non conferma ne' smentisce. "Questo episodio mi ha colpito", dice. "Non sono in grado però di aggiungere altro". L'ex estremista di destra, che sostiene di essere gravemente malato, ha smentito, nelle settimane scorse, di conoscere la verità. Ciò che ha riferito a Maria Eleonora Fais, sorella di una delle vittime, che da anni si batte per accertare la verità, sarebbero state solo supposizioni.
"Io le ho certamente manifestato la mia solidarietà, avrò anche espresso qualche opinione.... ma nulla, dico nulla so, sapevo. E credo saprò mai di circostanze e fatti di quella vicenda, tantomeno di presunte organizzazioni stragistiche di cui avrei fatto parte".
Sabato scorso, in occasione del trentacinquesimo anniversario della strage, sul luogo del disastro si è svolta una breve commemorazione delle vittime. Anche Alberto Stefano Volo ha voluto essere presente. "Mi sono recato alla Croce che è stata posta sulla montagna", ha raccontato in un messaggio riportato nel blog del sito Comincialitalia.net. "Ho osservato da lontano, senza essere scorto, alcuni pochi familiari che hanno deposto fiori. Ho osservato soprattutto la signora Eleonora Fais. Avrei voluto avvicinarmi e dirle mille cose, ma sono rimasto in disparte. Sono andato via sconsolato perché so già che lei cerca solo la sua verità, quella precostituita dalla stampa di regime, quella che vuole, in alternativa all'incidente, una strage mafiosa o fascista, senza badare minimamente alla ricerca della verità, bensì solo all'eventuale tornaconto politico!"
. La signora Maria Eleonora Fais non era però presente alla commemorazione. Una piccola bugia, un'altra menzogna. E la verità resta inesorabilmente lontana.
Maurizio Macaluso
| Alberto Stefano Volo conferma di non conoscere le vere cause del disastro. Dichiara di avere espresso solo delle opinioni e rivela di essere stato il 5 maggio scorso sul luogo del disastro. Intanto, le sue dichiarazioni hanno aperto un ampio dibattito |
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Volo su Internet
C'è chi crede alle sue parole. C'è chi avanza dubbi. C'è chi lo accusa. Le dichiarazioni dell'ex estremista Alberto Stefano Volo hanno aperto un ampio dibattito.
Nei blog di diversi portali si discute del disastro aereo. Dopo trentacinque anni dalla tragedia, la gente s'interroga. Da Trapani a Trento, ci si chiede se il disastro aereo accaduto sulle montagne di Palermo sia stato realmente un incidente o se si sia trattato piuttosto di un attentato.
Alberto Stefano Volo nega di essere a conoscenza di importanti segreti. Lo ha voluto dire pubblicamente intervenendo personalmente nei blog.
La sua smentita però ha suscitato non pochi dubbi. Secondo Mario Ciancarella, si tratterebbe di un abile tentativo di depistaggio effettuato per occultare ancora una volta la verità
"Egregio signor Volo, lei ha reso alla signora Fais una trappola, per poi sbugiardarla e discreditarla con la tipica supponenza degli uomini a libro paga dei servizi, o di cosche criminali, che rispondono entrambi a precise strategie e regole di comportamento, secondo linee gerarchiche assolutamente rigide", scrive Mario Ciancarella sul blog di Comincialitalia.net. "Lei ha eseguito quasi alla perfezione un compito di discredito di un familiare necessario a qualcuno che evidentemente si sentiva pericolosamente esposto dalle ricerche del familiare di una vittima, consegnandogli verità assolutamente insignificanti nella sua vicenda e costruendo un sistematico processo di devastazione del suo legittimo desiderio e progetto di costruire le condizioni di una rivisitazione politico giudiziaria delle vicende che ne hanno segnato la vita".
C'è chi avanza dubbi sull'attendibilità delle rivelazioni dell'ex estremista. C'è però anche chi crede alle sue parole.
"Credo nel signor Volo, con la fede e non con la verità che non conosco", afferma Donatella Papi, direttore responsabile di Comincialitalia.net. "E per i modi. Perché egli comunque cerca la Luce. Perché c'è nel suo parlare la grazia e anche l'ansia che tutto torni nascosto. E non è un caso che sia venuto a pubblicarlo qui, perché qui credo che egli sa che non c'è nessuno di coloro i quali voi menzionate che possa alterare la verità.
In alcuni familiari delle vittime a quanto dice qualcuno c'è la voglia di chiudere il caso, il che corrisponde all'astio che è in chi invece dovrebbe invocare la verità. Il signor Volo e la signora Fais l'hanno cercata. Non la ricerca della verità processuale. La verità processuale è poca cosa rispetto al perdono, di cui non solo ha bisogno Montagna Longa, ma l'Italia. Per questo la verità è rimasta oscura, perché non sappiamo perdonare. Signora Fais e signor Volo andate su quella montagna insieme a chiedere a Dio di aiutarvi a dare insieme la verità".
C'è chi però non ha la forza di perdonare. Chi chiede ed invoca giustizia. Sono vedove ed orfani che da trentacinque lunghi anni attendono di conoscere la verità. Alcuni di loro si sono uniti ed hanno realizzato un portale, consultabile collegandosi al sito www.montagna-longa.noblogs.org.
"Era l'unico modo per fare sentire la nostra voce", dice Enza Panebianco. "Alcune persone se ne sono occupate. Alcune cominciano ad occuparsene ora". "Ho perso entrambi i genitori in quel disastro aereo", scrive Mirna Ricci. "Per anni ho creduto (o voluto credere) si fosse trattato solo di un incidente. Sono madre di tre figlie e vivo nel terrore di perderle perché il senso della perdita e lo sgomento dell'abbandono ancora oggi non sono riuscita a superarli. Molti hanno perso molto in quel maledetto giorno. Io ho perso tutta la mia famiglia, ho perso la mia casa, ho perso la mia infanzia. Sono trascorsi ben 35 anni ed io mi sento ancora una bimba di sei anni . Sola con il suo dolore".
"Io sono insieme con i miei fratelli un orfano di questo tragico evento", scrive Antonio. "Vi assicuro che insieme con mio padre quella sera è morta anche la nostra infanzia e da li è cambiata la nostra vita. Leggere qualcosa che fa in piccola parte chiarezza sulla sua morte è qualcosa che mi commuove. Chissà se un giorno riusciremo ad onorare con la verità la morte di tutte quelle persone".
Consultando il sito è possibile consultare documenti ed atti giudiziari riguardanti l'inchiesta ed articoli giornalistici dedicati al caso.
Altre informazioni è possibile trovarle su www.montagnalonga.it, sito realizzato da Luciano La Piana.
Ma anche nel settentrione c'è interesse per questa drammatica vicenda. "Mi sono imbattuta in questa storia quasi per caso", dice Maria Genovese, della redazione di Babylobbus, un portale nato dalla volontà di un gruppo di cittadini, con il pallino dell'informazione:
"Al momento sto lavorando ad una serie di articoli sulla mafia. Se al sud è un pò a tutti chiaro che non si tratti di un problema regionale, al nord questa convinzione è più difficile farla accettare Per questo abbiamo deciso di parlarne. Mi sto rendendo conto che si tratta di un cammino difficile, ma anche entusiasmante, in quanto dà la possibilità di rileggere la nostra storia con occhi diversi e comprendere il nostro presente.
Nel corso delle mie ricerche mi sono imbattuta in modo casuale nel rapporto del vicequestore Giuseppe Peri, nella strage di Montagna Longa ed in una serie di eventi apparentemente scollegati, ma che alla luce del suddetto rapporto prendono forma e consistenza. C'è qualcosa che non mi quadra e continua a ronzarmi nel cervello. E così, anche se ho già scritto il mio articolo, continuo a fare delle ricerche. A volte ho la sensazione di non essere io a cercare le storie, ma che siano piuttosto loro che cercano me. Forse è solo l'utopia di lasciare qualcosa di buono ai miei figli".
Anche Nilde Casale, insegnante di Firenze, cara amica di Maria Genovese, ha deciso di occuparsi del caso. Anche lei è indignata. Anche lei chiede giustizia per i familiari delle vittime. Per coloro che non ci sono più. E per coloro che continuano con determinazione a battersi per la verità.
Settimanale "Il Quarto Potere" del 10-05-2007
19 luglio 2007
Linea Rossa
Trentacinque anni dopo la tragedia, spunta un nuovo video inedito sul disastro aereo di Montagna Longa. Lo ha realizzato Giuseppe Vaniglia, un emigrante alcamese deceduto nello scorso mese di gennaio
Un nuovo filmato riapre il mistero
Scarpe, documenti, valigie. Sullo sfondo i rottami di un aereo ancora fumante. Un uomo con una cinepresa si aggira sulla montagna. E' il 6 maggio del 1972. Sono trascorse ventiquattro ore da quando un aereo con centoquindici persone a bordo si è schiantato sulle montagne di Palermo. I soccorritori si muovono lentamente tra i resti del velivolo. Non c'è fretta. Non c'è nessuno da salvare, non c'è nessun sopravvissuto.
Il filmato inedito, realizzato da un emigrante siciliano, rimasto per trentacinque anni chiuso in un cassetto, potrebbe consentire ora di riaprire le indagini su questa controversa vicenda. "L'ho trovato casualmente, alcuni mesi fa, rovistando tra i filmati di un mio zio d'America", racconta Sebastiano Monteleone. Giuseppe Vaniglia era originario di Alcamo. Negli anni Settanta era emigrato negli Stati Uniti. Si era stabilito con la famiglia in un piccolo centro vicino Chicago. Periodicamente tornava in Sicilia per fare visita ai propri familiari.
Il 6 maggio del 1972 atterrò a Palermo. Erano trascorse poche ore dal disastro aereo. A Cinisi, dove vivevano alcuni parenti di Giuseppe Vaniglia, e nei centri vicini, c'era grande sconforto. Numerose persone avevano perduto dei familiari nel disastro.
"All'epoca io avevo solo due anni", racconta Sebastiano Monteleone. "I miei familiari mi hanno raccontato che appena arrivò a Cinisi mio zio volle andare immediatamente sulla montagna. Non so perché fosse così interessato. Forse doveva imbarcarsi su quell'aereo o forse era semplicemente curioso".
Giuseppe Vaniglia, munito della sua cinepresa, salì sulla cima della montagna. Si aggirò tra i resti dell'aereo ancora fumante. Quando ripartì per gli Stati Uniti portò il filmato con sè. Per trentacinque anni la pellicola è rimasta custodita in un cassetto.
"Ogni volta che tornava in Sicilia a trovarci mio zio portava alcuni filmati", racconta Sebastiano Monteleone. "Dopo la sua morte, rovistando fra i vari filmati, ho trovato casualmente quello riguardate la strage".
Sebastiano Monteleone non è mai stato sul luogo del disastro. Quando ha visto il filmato ha provato una profonda emozione. "Ci sono scarpe ed effetti personali sparsi dappertutto ed i resti dell'aereo", racconta. "Ho provato una grande tristezza nel guardare le immagini". Sebastiano Monteleone ha deciso quindi di scrivere ai familiari delle vittime. E' pronto a consegnare il filmato a coloro che da anni si battono per l'accertamento della verità.
"Non conoscevo i particolari di questa vicenda", dice. "Spero comunque che questo filmato possa essere utile per accertare le cause del disastro".
C'è una donna che da trentacinque anni si batte per la verità. Si chiama Maria Eleonora Fais. Sua sorella, Angela, è una delle centoquindici vittime del diastro. Il 5 maggio del 1972 stava tornando a Palermo per le elezioni. La ritrovarono due giorni dopo tra i rottami dell'aereo. Secondo le autorità, si è trattato di un terribile incidente. Ma Maria Eleonora Fais ritiene che l'aereo sia stato abbattuto. Che questa storia sia il frutto di un piano ordito da estremisti di destra con la complicità della mafia per destabilizzare il Paese alla vigilia delle elezioni.
Erano anni difficili. L'avanzata dei comunisti preoccupava i vertici dei partiti di centrodestra. Gruppi di estremisti, con la complicità dei servizi segreti deviati, commisero una lunga serie di attentati in tutt'Italia. L'obiettivo era di generare tensione e preoccupazione tra i cittadini provocando una decisa svolta a destra del Paese.
In questo contesto si sarebbe inserito l'abbattimento dell'aereo schiantatosi la sera del 5 maggio del 1972, alcuni minuti prima dell'atterraggio, sulle montagne di Palermo. Due poliziotti, che percorrevano l'autostrada, videro l'aereo in fiamme. Uno dei due raccontò che, dopo avere udito un boato, guardò il cielo e vide una grande luce ed il velivolo che perdeva progressivamente quota lasciando una scia di fuoco.
Un pilota di linea, atterrato qualche ora prima a Punta Raisi, da un bar di Cinisi, sentendo il rumore dei motori in avaria, si precipitò fuori e vide l'aereo in fiamme che si dirigeva verso la montagna.
Anche il sergente Roberto Terrano, in servizio preso la torre di controllo dell'aeroporto di Palermo, riferì di avere visto il velivolo in fiamme ma successivamente ritrattò.
Quarantotto ore dopo la tragedia, un'agenzia di stampa britannica rilanciò l’ipotesi dell’attentato. La nota fece il giro delle redazioni dei principali quotidiani italiani. Alcuni viaggiatori, che erano transitati la sera del 5 maggio dall’aeroporto di Fiumicino, riferirono che c’era una particolare tensione in prossimità dei punti d’imbarco. Tutti i passeggeri ed i bagagli erano stati sottoposti ad attente perquisizioni. Le autorità però si affrettarono a smentire. Un funzionario dell’Alitalia precisò che non vi era stato alcun preallarme. L’ipotesi dell’attentato non fu mai presa in considerazione dagli inquirenti.
La commissione nominata dal ministro Oscar Luigi Scalfaro sostenne che si era trattato di un incidente. I piloti erano ubriachi. La circostanza però fu clamorosamente smentita ed anche la stessa commissione dovette fare marcia indietro. Dopo una lunga indagine furono incriminati i responsabili aeroportuali ed i funzionari dell'aviazione civile. Il processo si concluse con l'assoluzione di tutti gli imputati. Secondo i giudici, gli unici responsabili della tragedia erano i piloti. Trentacinque anni dopo su questa vicenda non c'è ancora una verità. Tutti i dubbi avanzati all'indomani della tragedia sono ancora senza risposta.
| Sebastiano Monteleone, nipote di Giuseppe Vaniglia, ha scritto nei giorni scorsi ai familiari delle vittime. "Ho ritrovato questo filmato casualmente. Spero che possa essere utile per accertare le vere cause del disastro" |
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Perché tutti i passeggeri erano privi di scarpe? Perché una borsa è stata ritrovata sventrata, come se fosse esplosa? Il corpo del regista Francesco Indovina, morto nel disastro, non fu mai ritrovato. I soccorritori rinvennero solo la protesi dentaria ed un documento d'identità. Che fine ha fatto? E' forse stato disintegrato a seguito dell'esplosione di una bomba? L'aereo è stato realmente abbattuto? Si è trattato di un attentato o, come sostengono le autorità, di un fatale incidente?
Il filmato a colori realizzato da Giuseppe Vaniglia potrebbe consentire ora di chiarire alcuni di questi punti oscuri. Oggi vi sono moderni sistemi tecnologici. Attraverso un attento esame del filmato si potrebbe riuscire ad individuare il punto dell'impatto e la posizione dei rottami ed arrivare forse a chiarire le cause della tragedia. C'è inoltre un altro filmato inedito, ritrovato alcuni anni fa da Maria Eleonora Fais e mai esaminato dagli inquirenti. Lo ha realizzato un anziano di Terrasini, uno dei tanti curiosi che la mattina del 6 maggio del 1972, meno di ventiquattro ore dopo la tragedia, si recarono sul luogo del disastro. L'uomo riprese con la sua cinepresa i resti dell'aereo. Inquadrò il carrello. Puntò in fondo sulla colonna di fumo, soffermandosi sui pezzi di un'ala e sull'altra ancora intatta. Poi spostò l'obiettivo sulle sagome di due corpi.
| Maria Eleonora Fais, sorella di una delle vittime, che da anni si batte per l'accertamento della verità, è in possesso di un altro filmato. "I corpi erano nudi e gonfi. Una condizione che non è assolutamente compatibile con l'ipotesi dell'incidente" |
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"I cadaveri erano completamente nudi e gonfi", dice Maria Eleonora Fais. "Una condizione che non è assolutamente compatibile con l'ipotesi dell'incidente formulata dagli inquirenti". Maria Eleonora Fais ha mostrato il filmato ad un esperto. "Il dottore Paolo Procaccianti, dell'Istituto di medicina legale di Palermo - spiega - mi ha detto che da un primo esame sembrerebbe che la morte sia dovuta ad uno spostamento d'aria provocato da un'esplosione".
Ma per potere affermare con certezza che si sia trattato di un attentato servono prove. Bisogna innanzitutto scoprire se sull'aereo vi era la presenza di esplosivo. Un accertamento che sarebbe possibile effettuare riesumando le salme delle vittime e sottoponendole ad una perizia balistica. Fino a questo momento però tutte le richieste avanzate da Maria Eleonora Fais sono rimaste inascoltate. Un attento esame dei filmati comunque potrebbe consentire intanto di ricostruire l'esatta dinamica della tragedia. Perché, dopo avere comunicato di essere pronto all'atterraggio, il pilota puntò verso la montagna? Ma c'è un ulteriore dato che, dopo l'annuncio di Sebastiano Monteleone, non bisogna trascurare. Forse Giuseppe Vaniglia e l'anziano di Terrasini non furono gli unici curiosi muniti di cinepresa che dopo la tragedia si recarono sul luogo del disastro. Forse vi sono altri filmati, altri importanti documenti dimenticati in un cassetto, che potrebbero consentire di far luce su questo mistero. Forse la verità è meno lontano di quanto si possa pensare. Forse, dopo trentacinque anni, sarà possibile fare luce su questa vicenda. Forse…
Maurizio Macaluso
Settimanale "Il Quarto Potere" del 19-07-2007
30 aprile 2008
La Memoria
Un aereo di linea precipita sulle montagne di Palermo. Centoquindici persone muoiono nel disastro.
Una tragedia mai chiarita. L'ex terrorista Pierluigi Concutelli parla dell’evento e rivela che…
“Quella strage non l’abbiamo fatta noi”
"Sono un assassino. È terribile,
brutale, lo so. Eppure è la verità. Non sono,
comunque, pentito e voglio
che questo sia chiaro. I
sensi di colpa non fanno parte
del mio modo di essere,
della mia storia personale,
della mia vita". Pierluigi
Concutelli è oggi un uomo
vecchio con due occhi grandi
ed una barba bianca. L'uomo
dal fisico robusto e dallo
sguardo determinato, che ha
terrorizzato per anni l'Italia
macchiandosi di efferati crimini,
non è pentito. Ma quella
strage non l'ha commessa.
L'aereo precipitato trentasei
anni fa sulle montagne di Palermo
non è stato abbattuto.
La più grave tragedia della
storia dell'aeronautica italiana
fu forse un incidente. Un
disastro provocato da un errore
dei piloti. O fattori imprevedibili.
O un attentato
compiuto da altri. "C'è stato
un tentativo di accollare sui
soliti noti, i più trasgressivi, i
più brutti e cattivi, tutte le nefandezze
possibili ed immaginabili",
dice Pierluigi Concutelli.
La nuova verità è contenuta in un libro, "Io, l'uomonero", scritto dal giornalista Giuseppe Ardica, uscito alla vigilia del trentaseiesimo anniversario della strage di Palermo.
Era il 5 maggio del
1972. Un aereo di linea precipita
sulle montagne qualche
minuto prima dell'atterraggio.
Centoquindici persone
perdono la vita. Tra le vittime
vi sono anche sette trapanesi.
Secondo le autorità si è trattato
di un errore dei piloti. Ma
nel corso di questi trentasei
anni sono state avanzate altre
ipotesi.
Nel 1977 un vicequestore,
Giuseppe Peri, ipotizzò
che l'aereo era stato abbattuto.
Un attentato ordito da
estremisti di destra con la
complicità di servizi segreti
deviati al fine di destabilizzare
il paese alla vigilia delle
elezioni politiche.
Il rapporto
esplosivo fu riportato dal
giornalista Roberto Chiodi,
inviato del settimanale L'Europeo,
in un dettagliato articolo.
"I rapporti tra neofascismo,
mafia e delinquenza per
lui sono una certezza", scrisse
l'inviato. "Giuseppe Peri,
cinquant'anni, vicequestore a
Trapani, è convinto di avere
trovato il bandolo della matassa: omicidi, stragi e rapimenti
sono legati da un solo
filo, quello dell'eversione.
L'uccisione di quattro magistrati,
il disastro aereo di
Montagna Longa, quattro sequestri
di persona, una serie
impressionante di delitti nella
Sicilia occidentale; tutti fanno
capo ad una sola trama,
con l'obiettivo di incutere allarme
nell'opinione pubblica,
screditare l'autorità dello
Stato, approfittare del caos
per imporre la propria scellerata
ideologia.
Non a caso molto di questi crimini sono stati compiuti nell'imminenza delle elezioni, con l'appoggio di certa mafia che ha tutto da guadagnare dal vuoto di potere".
Il caso esplose mentre
era in corso, a Roma, il processo
a carico di Pierluigi
Concutelli, ex leader del movimento
Ordine Nuovo, e di
altri esponenti del gruppo terroristico.
"Il processo si concluse
con un colpo di scena",
racconta l'ex estremista. "La
mia posizione e quella di altri camerati, come me coinvolti
in fatti di sangue, fu stralciata.
Il presidente del Tribunale,
il giudice Virginio Anedda,
dimostrò coraggio, devo riconoscerlo,
anche se all'epoca
lo inquadravo lo stesso come
un avversario, alla stregua
di tutti i suoi colleghi
magistrati e funzionari dello
Stato.
Nonostante le pressioni dei giornali, delle televisioni e delle forze politiche, Anedda decise in modo assolutamente autonomo e, posso dirlo senza timore di essere smentito, in maniera per me sorprendentemente equa. E non lo dico perché mi mandò assolto. Non lo fece. Lo dico perché è la verità. Lui doveva decidere se avevamo o meno tentato di rifondare il Partito Fascista. Non doveva giudicare chi s'era macchiato di altri reati, come l'omicidio, certamente ben più grave e concreto rispetto alla tentata ricostituzione del Partito Fascista, che era di per sé molto astratto.
In quel processo accadde
anche un altro fatto di
cui si parlò moltissimo. Il settimanale
L'Europeo, proprio
in quei giorni, aveva pubblicato
un'intervista a Paolo
Bianchi, ormai un pentito, in
cui venivo accusato di tutto:
persino di aver avuto un ruolo
nel disastro aereo di Montagna
Longa, in Sicilia.
Anedda chiamò in aula a testimoniare
il giornalista autore
dell'articolo che si trincerò
dietro il segreto professionale.
Anedda si arrabbiò.
"Qui si sta discutendo di cose
gravissime e ci sono persone
che per questo potrebbero
pagare a caro prezzo con anni
ed anni di galera. Lei è sicuro
di quello che ha scritto?".
Il giornalista farfugliò
qualcosa. Fu arrestato in aula
su ordine del presidente.
All'orizzonte si stava profilando
il tentativo di accollare
ai soliti noti tutte le nefandezze
avvenute in Italia dal dopoguerra
al 1977".
| Il 5 maggio del 1972 un Dc8 dell'Alitalia, in volo da Roma a Palermo, si schiantò contro il costone roccioso di Montagna Longa. Tra le vittime del disastro c'erano sette trapanesi. Secondo le autorità si trattò di un incidente |
|---|
Pierluigi Concutelli non aggiunge altro.
Lui quella strage non l'ha
commessa. E lo dice.
Ma perché quell'aereo precipitò? Si trattò di un incidente o di un attentato?
Trentasei anni dopo
le cause di questa tragedia
non sono ancora state chiarite.
C'è però chi pensa che si
sia trattato di un attentato.
Che l'intuizione di Giuseppe
Peri fosse giusta. Maria Eleonora
Fais, sorella di una delle
vittime, ritiene che l'aereo fu
abbattuto. "Su quell'aereo
c'era una bomba", dice. "Si è
trattato di un attentato ordito
da servizi segreti deviati,
estremisti di destra ed esponenti
delle cosche della provincia
di Trapani che intendevano
destabilizzare il Paese".
Il 5 maggio del 1972 era una mite serata di primavera A Palermo fervevano i preparativi per le elezioni politiche. Mancavano ormai meno di quarantotto ore all'appuntamento. L'onorevole Giorgio Almirante era arrivato nel capoluogo per incontrare gli elettori. Nulla faceva presagire la tragedia che in pochi secondi avrebbe sconvolto la vita di tante famiglie. Alle 22,21 il pilota Roberto Bartoli informò la torre di controllo di Palermo di essere sulla verticale dell'aeroporto a cinquemila piedi e fu autorizzato ad atterrare. "Viro a destra sul mare, sotto vento, ed entrò sulla 25 sinistra".
Il DC8
sembrava procedere normalmente
verso la pista. Tre minuti
dopo l'ultimo contatto,
però, l'aereo finì inspiegabilmente
contro la montagna.
L'impatto fu cruento. Non vi
fu nessun sopravvissuto. I
sette membri dell'equipaggio
ed i centotto passeggeri morirono
nel disastro.
Il giorno seguente un giornale inglese che dava notizia della tragedia parlò di un attentato mafioso. Le autorità italiane però si mostrarono sin dall'inizio poco propense a credere a quest'ipotesi.
Il ministro dei trasporti Oscar Luigi Scalfaro nominò una commissione d'inchiesta per chiarire le cause del disastro. La commissione, guidata dal colonnello Francesco Lino, impiegò appena dodici giorni per stabilire che si era trattato di un tragico incidente.
Nelle conclusioni si affermava che i piloti erano drogati. "Si trattava di una conclusione affrettata e totalmente infondata", dice Maria Eleonora Fais.
"Credo che l'intuizione di Giuseppe Peri fosse giusta", conferma l'ex estremista Alberto Stefano Volo. La sera del 5 maggio avrebbe dovuto imbarcarsi sull'aereo in partenza da Roma. All'ultimo momento decise però di posticipare la partenza. "In quel periodo vivevo in Liguria. Ogni venerdì tornavo a Palermo per far visita ai miei figli che vivevano con la mia ex moglie. All'aeroporto di Roma conobbi una hostess. Facemmo amicizia. Lei mi chiese di trascorrere la serata assieme. Pensai che se anche fossi partito la mattina seguente sarei giunto in tempo per vedere i miei bambini e quindi decisi di trascorrere la notte nella Capitale. La mattina seguente appresi che l'aereo era precipitato".
A
Maria Eleonora Fais avrebbe
detto però altro. Avrebbe riferito
di sapere che l'aereo fu
abbattuto. Che questa tragedia
sarebbe opera di estremisti
di destra con la complicità
di servizi segreti deviati. Oggi però Alberto Stefano Volo
nega. In un'intervista rilasciata
un anno fa al nostro giornale
ha sostenuto che si trattava
soltanto di sue supposizioni.
Si trattò realmente di un attentato
ordito da estremisti di
destra e servizi segreti?
O dietro questa tormentata storia c'è forse un patto segreto che nessuno è disposto oggi a confessare?
"Sono nato nel 1971", dice Giuseppe Ardica. "Appartengo alla generazione cresciuta negli anni di piombo. Una generazione che oggi vuole sapere cosa sia accaduto negli anni Settanta. E capire le ragioni di tutto quel sangue e di tutta quella follia ideologica che scaraventò l'Italia in un clima di guerra civile.
Concutelli
l'ho conosciuto per caso.
Mi sono occupato delle condizioni
di vita dei detenuti e
degli ergastolani. Ho intervistato
anche alcuni ex terroristi.
Ero curioso di sapere come
vive oggi un uomo che
trent'anni fa era considerato
il pericolo pubblico numero
uno e che ha trascorso più di
vent'anni in galera.
Il libro è
molto crudo. Non ci sono romanticismi.
Né tentativi giustificatori.
Concutelli, senza
tanti giri di parole, si definisce un assassino. Un assassino
politico ma pur sempre un
assassino. E ciò mi ha provocato
e provoca certamente
sgomento. Smarrimento.
Concutelli racconta di avere
maturato negli anni Settanta
l'idea che l'unica strada percorribile
dai neofascisti fosse
soltanto la lotta armata. Ha
cominciato a lavorare in questa
direzione cercando di trascinare
nella lotta armata
contro lo Stato un ambiente
che, invece, in larga parte rifiutava
questi eccessi. Non è
vero quello che è stato detto.
E cioè che a destra c'erano
soltanto killer e stragisti,
mentre non esistevano strategie,
seppur folli e criminali. È
una bugia alimentata anche
dal silenzio dei protagonisti.
Concutelli dice chiaro e tondo
che se fosse arrivata la
vittoria, se fosse arrivata la
spallata definitiva al regime,
i neofascisti erano persino
pronti ad allearsi con i brigatisti
rossi o comunque a confrontarsi
con gli uomini della
stella a cinque punte. Concutelli,
inoltre, ha sempre rifiutato
l'etichetta di stragista. E
non è mai stato coinvolto in
stragi. Lui, e lo dice spesso,
aveva un altro concetto di
lotta armata". "Uno dei miei
maggiori rammarichi è di essere
stato un cattivo esempio",
racconta l'ex terrorista. "Io non ho esortato al male,
al negativo verbalmente. L'ho
fatto con i gesti, con le azioni.
I Nar e tutti gli altri ragazzi
venuti dopo hanno esercitato
la violenza in modo estemporaneo,
solo per dimostrare
che esistevano. Una follia.
Non che fosse meglio la mia
violenza. Era brutale ugualmente,
certo, ma più mirata,
selettiva. Questo non mi assolve
in ogni caso".
Maurizio Macaluso
Settimanale "Il Quarto Potere" del 30-04-2008